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The X-Men & Heroes based GdB.
giovedì, 27 dicembre 2007

[ Xavier's Institute - Now ]

"Non mi sembra affatto giusto!"
Viky continuava ad andare avanti ed indietro per l'ufficio di Ororo, mentre Jackie, Joshua e gli altri se ne stavano seduti sulle poltrone della stanza
"Viky capisci, questo era l'unico modo per avere il loro appoggio. Se veramente Apocalisse sta arrivando, e se veramente quella che tu e Joshua avete visto a New York era la professoressa Gray, allora il loro aiuto ci serve più di quanto pensiamo"
La ragazza si fermò di colpo e si buttò a peso morto su una delle poltrone libere
"Va bene, ma allora perchè LUI deve stare qui e Sapph se ne sta là da loro?"
Seduto ad una delle sedie, dietro tutti gli altri se ne stava Matthew, il fratello di Sapphire.
"Guarda che se non mi volete qui me ne vado. Io non ho alcun genere di problema... Al contrario di te!"
Viky si alzò improvvisamente
"Sei tu ad avere problemi, sottospecie di maniaco. E comunque si, volgio che tu te ne vada da qui, questa non è la tua scuola, e fino a che io sarò all'interno di questo istituto non voglio avere niente a che fare con quelli come TE! Forza Jackie dimmi chi dei due preferisci?"
La ragazza guardò con gruardo duro la professoressa Paige che dopo qualche secondo abbassò gli occhi senza dire nulla. Viky rise mentre una lascrima le scese involontariamente dall'occhio destro
"No. Non c'è bisogno che dici nulla. la tua scelta mi sembra più che evidente"
Viky uscì dalla stanza sbattendo la porta. Alcuni secondi di silenzio calarono nella stanza e poi Joshua si alzò e si diresse verso la porta, per seguire la ragazza. Dopo che il ragazzo fu uscito Jackie si rivolse a Matthew
"Lascia perdere Viky Matthew. Da quello che so lei prova odio verso di voi della confraternita da quando avete portato via Mellàn..."
"Ma non siamo stati noi a portarla via. Lei ci ha seguito di sua volontà"
"Lo so, ma probabilmente lei questo non riesce a spiegarselo..."

"Viky! Viky aspetta"
Jay correva per il corridoio seguendo la ragazzina
"Viky, aspetta, dove credi di andare?"
"N-Non lo so. Lontano da qui. Mi pare ovvio che Jackie ha la testa altrove in questo momento e piuttosto che pensare a noi preferisce stare con quello la!"
"Viky calmati insomma, non puoi fare così..."
"E cosa dovrei fare, dovrei forse essere felice per lei? Dovrei forse congratularmi? Preferisce starsene con quello piuttosto che con noi che l'abbiamo aiutata ad ambientarsi qui, che era diverso da casa sua"
La ragazza piangeva oramai incessantemente, le lacrime le segnavano il viso e cadevano sul pavimento
"Poteva starsene dov'era. Qui fa solo danni!"
Detto ciò corse in camera sua e chiuse la porta in faccia a Jay che si sedette a terra co la schiena sulla porta, attendendo che le passasse la rabbia che provava. Perchè le sarebbe passata prima o poi...

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[ Somewhere - Now ]

"Carestia... Pestilenza... Guerra... e Morte"
I quattro cavalieri erano finalmente riuniti. Finalmente insieme, tutti e cinque avrebbero potuto distruggere in genere umano e far regnare la razza mutante.
La razza superiore!
"Miei cavalieri, ora che siete finalmente riuniti, dopo più di 2000 anni, possiamo conquistare il mondo e far capire loro chi è che comanda! Forza miei cavalieri, andate a portate notizia.
L'avvento di Apocalisse è vicino!"

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[ Xavier's Institute - Now ]

"Viky, dannazione, vuoi uscire da quella stanza!"
Jackie stava bussando incessantemente sulla porta della camera della ragazza, dietro di lei Bobby, Jay, Marie, Kitty e Matthew
"Viky, apri immediatamente questa porta!"
"Jackie penso non otterrai nulla in questo modo..."
"Joshua capisci o no che portare qui Matthew era l'unico modo per avere il loro appoggio?"
"Si Jackie, lo capisco ma non penso che trattando Viky in questo modo potrai convincerla..."
"Non la sto trattando in nessun modo. Deve capire che non può fare tutto quello che vuole. Kitty, per favore, entra e cerca di convincere Viky ad uscire"
La ragazza guarda Ororo, poi cerca fra gli sguardi un appoggio di qualcun altro ma non ne trova
"Va bene..."
Kitty attraversa la porta in legno ed arriva in camera di Viky. Si da un'occhiata intorno e poi fa scattare la serratura della porta.
Jackie e gli altri entrano.
La stanza era vuota.
"Dove può essere andata, Jay tu la conosci bene..."
Il ragazzo scosse la testa
"Mi spiace Jackie ma non ne ho la più pallida idea. Non ha voluto parlarmi quando è uscita dall'ufficio di Ororo, perciò non so..."
Jackie continuava a camminare per la stanza della ragazza, Joshua seduto sul letto di Viky, Matthew sulla porta appoggiato allo stipite e Marie, Kitty e Bobby in piedi attorno alla stanza.
Ad un tratto Psyloche irrompe nella stanza
"Jay!"
Il ragazzo scatta in piedi e le va incontro
"Eli, sai dove può essere?"
"Quindi è vero, Viky è andata..."
La professoressa Paige si avvicina alla ragazza
"Andata dove?"
Elisabeth alza gli occhi e la guarda
"A liberare Ororo, Jackie. Dove altro!"

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[ S.H.I.E.L.D. ]

Arrivare fino li era stato abbastanza faticoso.
Non era solita percorrere distanze così grandi, non era solita affrontare così apertamente il mondo durante quel periodo.
Era riuscita, senza non poche difficoltà, ad infiltrarsi all'interno degli uffici dello S.H.I.E.L.D. senza essere notata. Era stato un gioco da ragazzi non farsi notare dalle telecamere, più difficile invece cercare di non farsi notare dalle guardie, ma alla fine ci era riuscita. Colpendolo alla testa aveva rubato un pass per le celle. L'obiettivo era uno solo: liberare Ororo.
Oltrepassò il cancello ferrato senza nessuna difficoltà, passò la chiave magnetica all'interno dell'apposita fessura e questo si aprì, oltrepassò il cancello ed arrivò di fronte alla cella con la direttrice dello Xavier's Institute, sfregò il pass e la porta dela cella si aprì.
"Professoressa Ororo, sono Viky, venite, siete libera..."
La donna era sdraiata nella cella con sopra il lenzuolo
"Professoressa Ororo?!?"
Viky si avvicinò e fece per levare il lenzuolo quando un braccio le afferrò il polso. La professoresso Munroe era di fronte a lei
"Viky, cosa ci fai qui?"
postato da VikyTailor alle ore 19:36 | link | commenti
categorie: varie, progetti, scuola, dolore, rabbia, paura, decisioni, partenze, fuga, scontri
martedì, 11 dicembre 2007

An labhraíonn tú Gaeilge?

«La probabilità di un evento è il rapporto tra il numero dei casi favorevoli e il numero dei casi possibili, purché questi ultimi siano ugualmente possibili.»
-- Pierre Simon Laplace




[ Neverwhere ]

Guerra urlava. Nei suoi occhi, tenuti spalancati da un pettine di aghi adamantini, una pasta incandescente veniva colata da un beccuccio mentre nelle sue vene scorreva un liquido bruciante, che gli divorava le viscere. La stanza era inondata di rosso, sprazzi di luce scarlatta che si sprigionavano dai suoi occhi attraverso le fessure della pasta che li stava ricoprendo. Le pareti di pietra sobbalzavano e tremavano, solcate da crepe e squarci, bruciate da quei raggi: i macchinari vibravano, incrinandosi sotto i colpi di quelle esplosioni. Solo una figura sostava, immobile, al centro di quell'esplosione incontrollata di dolore. Le urla, i raggi rossastri, la polvere e i detriti che piovevano dalla volta martoriata, scivolavano su di lui come acqua su una parete rocciosa. Il drappo bianco che lo avvolgeva, celandogli anche il cranio con un cappuccio, si agitava su di lui come un lenzuolo su una statua, vibrando attorno alle sue forme massicce, al profilo imponente delle spalle e della testa rasata. Immoto, era immerso in quelle esplosioni di dolore come in un'atmosfera aliena eppure a lui domestica. Osservava ad occhi socchiusi il risveglio del suo ultimo e più letale cavaliere. Sentiva il veleno del dubbio che scivolava lentamente nel cervello ricostruito di fresco. Si inebriava del suo sapore d'inganno.
Sei stato tradito, Scott.
Ti hanno mandato a morire.
Dimenticato
Sostituito
Un potere inutile
Un leader debole
Avrebbero preso anche la tua Jean
Lui l'avrebbe presa
Sì...

E Guerra gridava. Le lenti protettive che gli venivano colate sulle retine, al posto delle palpebre divelte. Un nuovo circuito nel cervello a controllarne l'apertura. La pelle cerulea, come marmo vivente, si ricostruiva e vibrava, increspandosi, al suono delle sue urla. Ma nessuna immagine della stanza si offriva ai suoi occhi vetrificati. Solo una, nella sua mente. Era fulgida. Splendida. Ora sarebbero stati insieme fino alla fine dei tempi, per l'eternità. Guerra e Carestia, l'una a seguire l'altra. E non gliel'avrebbe portata via. Non questa volta.
«Non temere, mio ultimo e primo cavaliere, figlio mio prediletto. - la voce di Lord Apocalisse vibrò al di sopra delle sue urla e delle esplosioni rossastre. «Presto potrai fare loro visita e avrai la tua rivalsa. Il tuo padrone te lo concede.»
Tre attacchi, tre vittime illustri nei tre nuclei mutanti cui proporre di unirsi a lui. E Pestilenza nel cuore della loro civiltà, pronto a rilasciare un avvertimento più convincente in caso di rifiuto. Avrebbe lasciato ai suoi cavalieri la scelta delle vittime: adorava quella parvenza di libertà, di concessione. Come se non sapesse esattamente chi avrebbero scelto, come se non avesse colato nelle loro orecchie quei nomi sin dalla loro rinascita. Come se davvero potessero fare anche solo un gesto senza che il loro signore non l'avesse deciso e previsto in anticipo.

[ NYC, appartamento di Peter Petrelli - prima mattina ]

Peter è appoggiato al lavandino del bagno, gli occhi fissi sullo specchio che rimanda il suo viso stravolto dalla mancanza di sonno, quando suona il telefono nell'altra stanza. Non usa la telecinesi. La telecinesi è sua. Gli esce solo quando è furibondo, e non gli piace sentirsi in quel modo, gli si rivolta lo stomaco. Se il suo potere di empatia ha una controindicazione, è proprio quella di incontrare persone con cui, alle volte, non è piacevole immedesimarsi. L'insicurezza e il dolore di Ted, la disperata determinazione di Hana, la costante paura e circospezione di Claude, le ossessioni di Isaac, la complicata semplicità di Parkman, la strenua determinazione di Nathan, la concentrazione di Hiro. E quella sconfinata dolce tristezza di Claire. E tutta quella intricata folla di poteri che non conosce, che non sa di avere, che non comprende, che gli esplodono all'improvviso. O che rimangono sopiti, incapaci di emergere perché mai e poi mai Peter potrà entrare in empatia con il loro possessore. È per questo che l'infermiere di New York non si accorge che il suo orologio, in cucina, corre avanti di tre minuti ogni cinque giorni. Non lo sa e non lo saprà mai, mentre il telefono nell'altra stanza continua a squillare.
Allunga una mano e lo afferra, portandoselo all'orecchio. «Petrelli. - risponde.
La voce dall'altra parte è tetra, affatto lieta di quella conversazione. «Certo che ne hai di coraggio.»
Peter si passa una mano tra i capelli, sulla nuca, piegando la bocca in una sorta di sofferto sorriso. «Senti, io...»
«Che cosa vuoi?»
«Matt, senti, non ti avrei chiamato se non...»
«Che COSA vuoi?»
L'infermiere siede alla scrivania, appoggiando il gomito al piano. «Isaac Mendez è morto.»
«Sì, leggo i giornali.»
Lo avverte, nitido, nella sua testa. Non ti voglio sentire, Petrelli, non voglio sentire parlare di te, non ti voglio sentire. Che cosa vuoi ancora da me?
«Matt, ascoltami...»
«No, ascoltami tu. - esplode l'uomo dall'altro lato della linea.
«Aspetta...»
È colpa tua se Molly è morta, lo vuoi capire che non ti voglio sentire?
Una fitta alle tempie, intensa. Un ritorno dei propri stessi pensieri dalla mente di Parkman mentre le loro telepatie interferiscono l'una con l'altra. «So che vuoi prenderlo quanto me, non mi berrò la storia che non stai seguendo il caso perché ti è stato ordinato...»
Lasciami in pace, lasciami in pace...
«Credo di avere una pista, ma ho bisogno del tuo aiuto...»
Non è mai finita bene...
«Matt...»
Lo può sentire, anche a quella distanza. Chi pensava che il suo potere fosse assorbire le abilità degli altri si sbagliava, si sbagliava di grosso. Lui sentiva che il suo potere fosse quello: capire la gente, umani o mutanti che fossero. Sentire il loro cuore, leggere nei loro occhi, stringere la loro mano. Forse era per quello che aveva deciso di essere un infermiere, prima. Forse era già una manifestazione del suo potere. O forse il contrario? Forse vi era un qualche tipo di connessione tra il potere e la persona, sentiva che non poteva essere casuale: era stato il Destino a dare l'empatia ad un infermiere e la telepatia a un poliziotto... ma quel pensiero aveva una controindicazione, perché allora il Destino doveva aver dato ad un orologiaio squilibrato qualcosa che solo lui riusciva a capire, qualcosa che aveva lasciato dietro di sé una striscia di sangue lunga un intero continente.
«Petrelli, ci sei?»
«Sì - si riscuote Peter, passandosi una mano dietro al collo. - Possiamo incontrarci? Diciamo all'angolo tra Mulberry e Hester street?»
«Chinatown?»
«Sì...»
Parkman sospira. «Ok, vedrò di sganciarmi.»
«Grazie Matt. Davvero.»
«Sì, sì...»
Mentre riaggancia, suonano alla porta. «Pacco per Lei, signor Petrelli!»
 

[ East Side, NYC: studio di Isaac Mendez - qualche giorno prima ]

«Ho giusto finito di dipingere te e chiamato lo S.H.I.E.L.D.»
«E hai dipinto anche quanto mi sarei incazzato a sentire questa stronzata?»
Un gesto di due dita. Il pittore viene trascinato con la schiena contro la parete e poi a terra.
Rumore di passi che si avvicinano lentamente. E lo sguardo che rimane a guardare quello che il pittore gli restituisce dal basso.
Isaac ride. «E miss-sindrome-di-stoccolma come sta?»
«Dì - si china, sostituendo la presa telecinetica con quella solida della sua mano. - farò saltar tutti in aria anche questa volta? Non ti stanchi mai di sbagliare? O meglio - si corregge - non sei stanco di innescare quell'invasato verso la catastrofe?»
Isaac ride, disteso a terra. «Ho spedito un dipinto proprio questa mattina, sai? Indovina a chi, stronzo.»
«Ora basta. - si stacca Sylar, tenendo la mano distesa e premendo le invisibili dita della sua telecinesi sulla gola del pittore impedendogli di continuare a parlare. - Basta. Ti avrei dovuto ammazzare cinque anni fa, siamo quasi saltati in aria perché io e quel coglione di Petrelli abbiamo creduto alle tue stronzate, ma ora basta.»
«Non puoi sfuggire al tuo destino.»
«Del tuo destino mi hai parlato la prima volta che ci siamo trovati in questa situazione. E sai una cosa? Sorpresa! Per una volta nella tua miserabile esistenza avevi ragione.»

Peter non crede a quello che vede. È il terrazzo dei Delvaux, sicuramente. Ha veduto centinaia di volte nei dipinti di Isaac quella balaustra, quella piccionaia scrostata, quella serra, quell'ornamento circolare oltre si stende New York. Alle volte era intatta, altre volte esplosa, altre volte deserta o spazzata dal tornado. Ma era sempre New York. Questa volta è diverso, perché il pittore non è sul balcone ma all'esterno, quasi stesse fluttuando. Quasi - pensa Peter - avesse già iniziato quell'unico viaggio attraverso il quale il suo potere non l'avrebbe seguito. Al posto dell'uccelliera, al centro del balcone, in terzo piano sorge un complesso macchinario con una pulsantiera in primo piano ed un complesso sistema di sfere e fiale: di fronte, mentre alcune figure in secondo piano si stringono le une alle altre: una ragazza seminuda, minuta, è sorretta da un altro ragazzo con tatuaggi sulle braccia, mentre accanto una donna ricoperta di scaglie blu porta le mani alla fronte, come colta da un forte dolore. Di lato, una ragazza di colore distende di fronte a sé le mani, sui cui palmi sono visibili profonde piaghe; alla sua destra c'è una ragazza albina, che Peter è sicuro di conoscere bene. E poi altri ragazzi, altre persone, una piccola folla in preda al dolore e al terrore. Ma non è questo a preoccupare Peter. Lo preoccupa la figura in primo piano, una figura che ha già visto nei quadri di Isaac: lo fronteggiava a Kirby Plaza nei dipinti realizzati di getto subito dopo essere sfuggito alla morte la prima volta, e lo fronteggiava sulla costa orientale degli Stati Uniti sotto una pioggia torrenziale un anno dopo. E ancora, altre volte. Sul cornicione del palazzo, questa volta guardava verso la superficie della tela, un'esplosione terribile riflessa negli occhi.

[ NYC, base della confraternita ]

Lo so che non dovrei uscire, che non mi dovrei far vedere dalle due ragazze della scuola. Ma ne ho piene le scatole di stare in camera mia a fare verticali sulla sedia. La televisione della sala da pranzo è accesa sulla CNN quando entro in cucina: si scorge distintamente il monitor, da questa angolazione, oltre il basso muretto metallico che divide i due ambienti. Attaccato ai fornelli, il tizio inquietante sta togliendo una bustina di tè da una scatola di latta mentre nella sua mano sinistra un recipiente d'acqua sta iniziando a fumare. Che potere avrà?
Sono nuova: vediamo di non farmi odiare e di essere educati. «Buongiorno.»
Si gira di scatto e mi guarda negli occhi, socchiudendo le palpebre. Mio Dio, che cazzo vuole questo? Mi sento come se la mia scatola cranica fosse diventata trasparente e lui ci stesse guardando attraverso: un paio di secondi. Poi si disinteressa completamente a me voltandosi nuovamente e versando l'acqua fumante in una tazza, sopra la bustina.
E anch'io cerco di disinteressarmi a lui, anche se francamente non è facile: mi appoggio con i gomiti al piano del muretto e guardo la televisione, anche se le notizie mi hanno sinceramente sempre annoiata. Non c'è niente di meglio su cui girare? La giornalista sta facendo un servizio sulle elezioni, e onestamente la politica mi è abbastanza indigesta, ma se girassi e poi saltasse fuori che quel tipo la stava ascoltando?
Faccio uno split rovesciato sul muretto e atterro sulla panca nella sala da pranzo, dando le spalle alla cucina. «Il membro della Camera Nathan Petrelli - sta gracchiando la cronista - è dichiarato favorito da tutti i sondaggi. Sarebbe il primo politico dal 1958 a rinunciare alla propria carica al Congresso per quella di sindaco di New York. Se la mia città mi chiama, in questo drammatico momento della sua storia - ha dichiarato Petrelli - è una chiamata che non posso ignorare
Il video sta mostrando la figura di un uomo che esce dal palazzo del Campidoglio infilandosi in un'auto scura dopo aver salutato i giornalisti con un cenno della mano ed un sorriso a trentadue denti. È un bell'uomo, anche se naturalmente non è il mio tipo. Non faccio in tempo a formulare compiutamente questo pensiero: dalla cucina parte una fiammata di luce azzurra, il televisore lancia un elettrico grido di agonia e si spegne. Avrei fatto meglio a cambiare canale, forse.

Rimango seduta a lungo, non so per quanto tempo, fissando l'orologio alla parete di fronte a me, accanto al televisore. Quando entra qualcuno in sala da pranzo, nemmeno me ne accorgo finché non mi passa davanti diretto al televisore. «Ehi - mi chiama, riscuotendomi dal mare di vuoto in cui sono affondati i miei pensieri. - come mai la tv non si accende?»
Alzo un braccio, indicando dietro le mie spalle, oltre il muretto, con il pugno chiuso e il pollice disteso. La ragazza mi fissa, domandandosi di che cosa io stia parlando, e istintivamente mi raddrizzo con la schiena, buttando indietro la testa. La cucina, che mi appare capovolta, è vuota. Torno a guardare lei. «C'era... - tento di giusificarmi.
Continua a guardarmi, inarcando un sopracciglio.
«Lascia stare. - scrollo le spalle, saltando in piedi sul muretto e di lì nella cucina vuota. - Faccio del tè: ne vuoi?»
Fa un cenno d'assenso, sedendosi dov'ero io prima e allungando una mano verso il giornale.
Come inizio di conversazione è meglio di niente. «Dàimaca. - prendo il bollitore e lo metto sul gas, presentandomi per prima, mentre mi assale come una fitta l'immagine della mano di Li che accende il fornello. Ricaccio indietro il ricordo, appoggiando le dita sul bordo della cucina e stringendo.
«Non ho capito. - mi richiama la ragazza.
«Il mio nome. Dàimaca. - ripeto, andando verso la credenza metallica a cercare due tazze (che, ne sono certa, saranno di metallo anche quelle). - Didi.»
«Meallàn.»
Trattengo una risata nel trovare le tazze - di latta, come volevasi dimostrare - e viro in un sorriso perché non pensi che sto ridendo del suo nome. «Tá an-athás orm bualadh leat.»
Mi guarda, inclinando il capo di lato. Sotto il trucco pesante e dietro le labbra a cuore, ha un viso da bambina.
«Ho una pronuncia orribile, vero?», abbozzo.
«An labhraíonn tú Gaeilge?»
«Níl agam ach beagáinín. - sorrido, cercando di togliermi dall'impiccio in cui mi sono messa con quel poco d'irlandese che ho imparato dalla moglie dell'equilibrista. - Earl Grey? Con latte?»
«Sì. E zucchero.»
Stendo un gradino trasparente sotto il pensile e ci salgo con il piede destro, raggiungendo in alto il contenitore delle zollette. Il bollitore (metallico) sta fischiando: verso il té sopra il latte e glielo porto, insieme alla zuccheriera.
«Qual è il tuo potere? - mi domanda, prendendo una zolletta tra le dita.
Le colpisco la mano da sotto, con la mia, leggermente, ed il cubetto di zucchero le sfugge dalle mani. «Ehi, ma che...»
Distendo le mie dita: la zolletta sbatte contro una superficie rigida, trasparente, e cade nella sua tazza sollevando alcuni schizzi di tè.
La ragazza irlandese allunga una mano e la passa sul piano vetroso, spingendo con i polpastrelli per sondarne la consistenza.
«Ci sto lavorando.» Come sulle mie relazioni interpersonali con la gente di questo posto.

[ Quartier generale S.H.I.E.L.D., alloggi degli ufficiali - ore 23.45 ]

Attraverso le cuffie, il suono del corso di cinese copre qualunque altro suono riuscendo almeno in parte ad attutire il sovraccarico di informazioni che costantemente fluiscono dentro e fuori il suo cervello.

常服 ... 夏常服 ... 冬常服 ... 作训服 ...

Disteso sulla branda, Parkman tenta di concentrarsi unicamente sulla voce che elenca vocaboli e sul glossario di fronte a sé: tra il mandarino stretto dell'insegnante e i complicati caratteri fonetici del libro, ha materiale a sufficienza per concentrarsi eppure da lontano, come la voce di qualcuno che stia parlando nella stanza oltre le sue cuffie, gli giungono i pensieri del suo attendente franco-americano nell'altra stanza, quelli della guardia in fondo al corridoio, quelli annoiati delle sentinelle. Sa cosa pensano di lui, sapevano che era nella squadra speciale di Nick Fury ed era bastato qualche indizio perché si spargesse la voce che sapeva leggere nel pensiero: lo evitano, lo guardano con sospetto nella migliore delle ipotesi, più frequentemente ne sono completamente terrorizzati. Un superiore che può entrare nella tua testa può essere la fine della tua carriera: per rovinarti basta la più passeggera delle riflessioni, il più peregrino dei pensieri. Ma Parkman non è nelle loro teste: loro sono nella sua. Se è necessario un atto di concentrazione per un'azione attiva nella mente altrui, come impiantare un pensiero o creare un condizionamento, la semplice ricezione gli fluisce dentro incontrollatamente, senza riuscire a isolarsi. Quanto darebbe per un elmetto isolante come quello che si diceva fosse in possesso del latitante Eric Lensherr.
Strappa le cuffie e posa la grammatica sul tavolino metallico accanto alla branda, stiracchiandosi prima di spegnere la luce. Prendere sonno è la cosa più difficile.

Con uno scatto, il telepate afferra la pistola d'ordinanza dal comodino, puntandola verso la porta. «Fermo! - grida, innestando il colpo.
Un calcio in petto lo ributta sdraiato sulla branda, il braccio con la pistola spinto di lato a picchiare il dorso sul materasso mentre il colpo partiva, andando a perforare l'antina metallica dell'armadio: sente il peso dell'altro gravargli addosso, un ginocchio contro il petto e la mano ancora serrata attorno al suo polso destro, e allunga la mano sinistra ad afferrarne il collo, stringendo con forza. La sua mente si protende, cercando di penetrare quella del suo aggressore e carpirne l'identità, ma trova il vuoto. Una totale assenza di pensieri.
Un manrovescio a pugno chiuso lo colpisce allo zigomo, facendogli piegare la testa all'indietro per il dolore improvviso e costringendolo a lasciare la presa alla gola del suo aggressore: lo sente nell'ombra prendere fiato e si gira su un fianco, correndo con la mano libera al coltello militare sotto il cuscino. Lo afferra con la punta verso l'alto e lo vibra come un pugno all'ombra sopra di sé.
Con uno scatto, il suo polso destro si ritrova ammanettato al telaio della branda, il tintinnare delle chiavi che si perde sul pavimento, lontano da loro. La lama del suo stesso coltello gli squarcia il davanti della maglietta, lasciandogli un graffio sul torace a seguire le vecchie cicatrici circolari di quando Sylar gli aveva rispedito in corpo tre pallottole destinate a lui. Quattro dita sottili percorrono quei segni, e il telepate ne afferra il polso, con forza: la donna gli torce il braccio e lo fa voltare, schiacciandolo contro la branda con le ginocchia sulla sua schiena. Le piace quando lottano, le piace da impazzire, perché per lui non è un gioco resisterle. Eppure, in fondo, lo è: perché non cercare di friggerle il cervello con un impulso neuronale?
Gli graffia la schiena e si china a mordergli il lato del collo, strappandogli un gemito di dolore: non un morso da amante, ma un morso vero, di quelli che fanno stridere la carne sotto i denti e lasciano il segno in profondità, premendo sui nervi. «A che cosa sto pensando ora, Matt? - gli sussurra all'orecchio.



Major Dane - Polaris


[ Quartier generale S.H.I.E.L.D., ufficio del maggiore Dane - ore 23.30 ]

«Signore, è arrivato il modulo di scarcerazione per Ororo Munroe.»
Il maggiore alza gli occhi dal libro, un manuale di uso e manutenzione per il motore anteriore del CH-47. «Lo aspettavo per domani mattina.»
«Signorsì, signore, ma il capitano Parkman ha fatto applicare la priorità amaranto, così...»
«Molto bene. - dice Lorna, facendo scorrere la mano destra lungo la coscia e posando il libro. - Appoggialo lì sulla scrivania, lo firmo subito.»
L'attendente si avvicina, posando uno sguardo sul ginocchio del maggiore che spunta dal bordo della scrivania, la gamba piegata e il piede presumibilmente sul bordo della sedia. Così distratto, non si accorge quindi di nulla quando Lorna estrae dalla fondina la pistola silenziata e gli spara in mezzo agli occhi.
Il soldato cade in avanti e la donna lo afferra prima che possa macchiare i fogli, rovesciandolo sulla sedia. Ormai è diventata brava a far sparire i cadaveri, quello non la preoccupa, e del resto quando hai un fratellastro che può correre così veloce da non farsi registrare dalle telecamere, perché mai dovresti preoccuparti? Ma deve ritardare di qualche ora quel mandato di scarcerazione: ripolarizza la serratura magnetica, chiudendola e falsificando il suo orario d'uscita. Cos'avrebbero fatto, non trovando lei? Sarebbero andati dall'altro ufficiale che si era occupato del caso, era ovvio. Tra qualche ora sarebbe arrivata un'istantanea che vedeva la ragazza evasa circolare per lo Xavier's Institute. Solo qualche ora. Bisogna metterlo fuori combattimento. E conosce un buon metodo, pensa passandosi la punta della lingua sul labbro superiore.
 

[ Washington DC, Xavier's Institute - 2.00 a.m. ]

Ho paura. Inutile negarlo. Il mio corpo, inguainato in una seconda pelle di sottilissimo kevlar, freme lievemente all'aria della sera e si contorce di fastidio. «Puoi aprire gli occhi, sai?»
Dischiudo lentamente una palpebra. Vector, infilato in una giacca nera e con un cappello scuro sui capelli, mi sta fissando dalla penombra. È stato orribile, mi sento lo stomaco rivoltato e la testa imbottita di ovatta. Accanto a me, non sembra che Wanda Maximoff e Maria Schneider abbiano sofferto il teletrasporto: Scarlet, è appoggiata con la schiena ad un albero e attorno a lei l'atmosfera sembra vibrare; la telepate, a debita distanza dalla figlia del capo e con un'espressione seccata sul viso.

Forse qualcuno di loro pensa che io sia stupida. Magari è anche vero. Tuttavia non mi serve chiedere come mai gli servo io per questo lavoro, come mai non hanno fatto teleportare Vector direttamente nell'istituto e lasciato a lui il compito: il rischio di essere scoperti è altissimo e non si possono compromettere, per qualche motivo. Io sono un viso nuovo, sono già ricercata e, soprattutto, sono sacrificabile. Probabilmente quella copertura telepatica altro non è che un tenersi pronti a farmi saltare il cervello nel caso qualcosa vada storto.
Ehi, non sei del tutto scema allora!
Sussulto, portandomi una mano alle tempie. «Cazzo!»
Shhh...
Sei sempre in ascolto, tu? - penso, innervosita.
Pensi che sia divertente stare a sentire tutte quelle menate su tua mamma morta?
Vaffanculo, stronza.
Un'altra fitta alle tempie mi riporta all'ordine, istintivamente porto una mano alla fronte e improvvisamente non sento più niente. Nemmeno i suoni, non una vibrazione dell'aria o un fremito delle foglie.
Passo una mano sui capelli e trovo una superficie rigida, familiare, che mi ricopre la testa dalle tempie alla nuca. Oh cazzo, concentrati, concentrati...
Chiudo gli occhi corrugando la fronte, cercando di focalizzarmi, e infine il campo di forza sparisce.
Che cazzo era quello? - parla la voce nella mia mente.
Non lo so, ma puoi stare zitta e lasciarmi fare quello che devo fare? Cristo...
Ho paura, cazzo, devo ripetertelo? Come se non fosse a sufficienza quello che sto facendo, devo farlo anche con una stronza in ascolto, e il mio potere se ne va per conto suo. Che cos'era quella cosa che mi si è formata sulla testa, a proposito?
Non ti passa per la testa che sia meglio rimandare a più tardi le speculazioni?
Ti ho chiesto di tacere, santo cielo! Per favore!
Il muro di cinta è alto, circondato dai rampicanti e con alcuni alberi che vi reclinano la loro chioma: sulla cima, un giro di filo spinato nascosto dalla vegetazione e dei sensori luminescenti, tutto esattamente come mi hanno mostrato in fase di simulazione. Ciò che non mi hanno mostrato è un cielo stellato da mozzare il fiato, oltre: una distesa nera punteggiata di scintille chiare, ordinate, come solo fuori città si possono vedere. Ma prima che la stronza mi dica che è nauseata dal mio sentimentalismo - Brava - mi appoggio con una mano ad un mattone smosso e inizio la mia danza. È come un numero, mi ripeto. È un numero. Conosco a memoria i miei passi, il tremare del mio braccio ferito viene reso improbabile dalla donna appoggiata al muro di cinta, con le dita strette attorno alle tempie ed un'espressione concentrata sul viso. Mi do il tempo, contando, come se fosse tutto normale: il mio corpo passa in verticale nel sottile spazio tra le aree d'influenza di due sensori, il mio campo di forza si stende oltre il muro come appoggio, mi aggrappo all'albero e scivolo sopra il cono della terza telecamera di sicurezza. Un numero. Con una sola persona di pubblico, nella mia testa, ed un'altra con i suoi calcoli che sento scorrere sul mio corpo, piccoli mutamenti che non avvertirei nemmeno se non fossero nella mia carne. E quando infine arrivo all'interno, disattivo le telecamere e raggiungo lo scomparto nella libreria, mi sono quasi dimenticata che sto commettendo almeno tre reati.
Bentornato, Charles. - dice una voce elettronica quando ho inserito il giusto codice in una pulsantiera comparsa dietro ad un libro. Scivolo attraverso l'apertura, le luci si accendono nel compartimento circolare.
La stanza, rivestita di pannelli chiari, dall'interno sembra perfettamente sigillata e, se non fossi appena entrata, potrei giurare che non abbia nessun tipo di apertura. Vi sono alcuni cassetti orizzontali e sportelli verticali, oltre ad una rastrelliera: antichi libri, fogli di carta, una statuetta d'onice, una gemma blu. Porto una mano alla cintura che fascia i miei fianchi e sgancio la piccola macchina fotografica, poco più grande di una carta di credito. Se mi interessassero queste cose, direi che è un piccolo gioiellino: in realtà so appena dove appoggiare le dita per scattare. Faccio un paio di panoramiche della sala e poi inizio ad estrarre i cassetti. Ogni cassetto, una tela.
Mystica mi aveva detto di non agitarmi troppo. Anzi. Aveva detto proprio di non fare caso ai dipinti, di fotografarli e basta. Ma come posso non farci caso? Quella sono io. Anche se ho un'aria decisamente cazzuta, come se stessi per creare un campo di forza attorno al pianeta terra per deflettere un meteorite o qualcosa del genere. Poi c'è Magneto, con indosso un buffo elmetto e dei cerchi azzurrini che si espandono dalle sue mani. Ed una ragazza incredibilmente triste, un bel faccino lindo con due straordinari occhi chiari. Forse c'è anche quella ragazza con cui ho parlato questa mattina, anche se non si capisce. Ed una figura seminuda, distesa a terra, sotto una specie di calotta infuocata. Ce ne sono dodici, e li fotografo tutti: alcuni li capisco, altri decisamente no. Sicuramente non capisco che cosa significhino e perché Magneto li voglia vedere.
Posso anche indugiare a pensare liberamente, qui dentro, ed è una bella sensazione. Ho il tempo di contare cinque volte fino a sessanta, e me lo godo tutto. Poi ripeto lo split, all'indietro, e passo attraverso il pannello finto, tornando sul divano dell'ufficio.
«E tu chi cazzo sei?!»


Rimango nell'ombra. Non mi deve vedere, perché se mi vede la scelta è tra ammazzarla e farmi lobotomizzare dalla stronza. E non le voglio fare del male, sembra... sembra una ragazza normale. Lei.
Non faccio in tempo a concludere il pensiero: scatta verso uno scaffale e colpisce con una mano il gong ornamentale lì appeso. Che voglia dare l'allarme?
Intuisco troppo tardi che non si tratta di quello: dalle sue dita, un raggio di luce multicolore si sprigiona nella mia direzione e riesco a fermarlo solo a pochi pollici dal mio petto, in tempo per sentire il suo calore. Rimane con la destra protesa verso di me, finché il suono non si esaurisce e con esso il suo laser.
Afferro un soprammobile e glielo lancio contro nel tempo che intercorre tra lo spegnersi della sua luce e il suo gesto di colpire nuovamente il gong. Poi salto, appoggiandomi alla scrivania e vibrandole il collo del piede contro il mento con tutta la forza che ho.
Cade all'indietro, un filamento di sangue dal labbro inferiore che disegna un semiarco nell'aria.
E non so perché ma allungo una mano, creando una lastra inclinata tra lei e lo spigolo del tavolo verso cui è diretta la sua schiena: vi si appoggia e scivola a terra, il capo reclinato su una spalla dietro cui appoggio una mano prima di far dissolvere il campo di forza. La accompagno a terra, chinandomi ad appoggiare un ginocchio sul pavimento freddo. I capelli neri le ricadono su un lato del viso, nascondendo un occhio e il sopracciglio disegnato, un tratto nero di matita sulla pelle bianca. Dalle labbra, rosse e carnose, scivola fino al mento una goccia di sangue, che raccolgo con la punta delle dita.
Ma che cosa sto facendo?
Mi alzo in fretta. Forse non mi ha visto in faccia, forse sì, fatto sta che ho le foto e devo uscire di qui. Mi arrampico lungo la parete fino al lucernario e scivolo nuovamente fuori. Mi duole il palmo di una mano, come se mi fossi scottata. Forse il suo raggio mi ha colpito.
Avrei potuto... mi viene in mente mentre sto uscendo, dimenticandomi completamente della telepate: avrei potuto parlare la gente che sta in quel posto, avvertirli, magari chiedere loro protezione... è evidente che entrare in quel posto è abbastanza difficile, com'è evidente che qualcosa non va con i tizi che mi hanno ospitato. Avrei potuto. Ma poi, mentre mi appendo alla grondaia con le ginocchia, penso che le apparenze non favoriscono nemmeno me. Forse aveva ragione Li, forse a volte ti ritrovi a nasconderti ed a fare cose poco pulite perché non hai altra scelta. Ma davvero io non ho avuto scelta? Piuttosto, non ho appena gettato via la mia ultima, unica opportunità?

postato da Daimaca alle ore 19:43 | link | commenti (1)
categorie: amore, uscite, sesso, sospetti, ricerche, poteri
lunedì, 10 dicembre 2007

Hoping for normality

«Stai cominciando a darmi sui nervi.»
«Beh, scusa tanto se non riesco a farmi scivolare addosso ogni cosa come invece fai tu.» 
Siedo sul divano controvoglia raccogliendo le ginocchia contro il petto, i piedi scalzi e le gambe fasciate in aderenti leggins neri che sbucano fuori da una minigonna scozzese troppo corta.
Il televisore funziona male ed il canale salta in continuazione, quindi mi limito a passare a un programma all'altro senza la reale intenzione di seguirne nessuno.
Alla mia destra, poco distante da me, Sylar cerca di aggiustare il mio orologio da polso, che di punto in bianco ha smesso di funzionare.
«Non hai paura?»
Alza la testa, fissandomi con indifferenza. «Di cosa?»
Mi piego verso il bracciolo destro del divano, appoggiandoci sopra le braccia conserte ed il mento, il corpo disteso sui cuscini. «Di quello che sta per succedere. Non ne sappiamo quasi nulla.»
«Io so che tua sorella ha fatto un gran casino stanotte. Ti ho sentita alzare tre volte.»
Già, è questo il punto, ed è anche per questo che un'incredibile stanchezza mi pervade oggi. Non ho nemmeno voglia di fare i soliti allenamenti di rito con Tomi. «Lei non ha un vero e proprio controllo sulle visioni, come invece hai tu» gli rispondo. «Quando dorme, semplicemente vede delle cose. Non può fermarle. È come avere incubi continui. Ti è mai capitato di sognare qualcosa di orribile e di svegliarti poi sconvolto, con il cuore in gola e la paura di aprire anche solo gli occhi?»
«Io non sogno mai.»
Chissà perché, ma immaginavo una risposta del genere. «Beh, io sì, e ti assicuro che non è una bella sensazione.»
«E che cosa avrebbe sognato?» Richiude la cassa del mio orologio, lo controlla un'ultima volta sul palmo della mano sinistra dopo averlo portato all'orecchio per ascoltarne il ticchettare, poi si allunga verso di me per porgermelo. «Tieni, ora funziona.»
«Sei fantastico. Comunque» rispondo, mentre allaccio l'orologio attorno al polso sinistro, «cosa vuoi che abbia sognato? Si è svegliata urlando, dicendo che il futuro di tutti noi è prossimo a compiersi e che moriremo per mano di questo Apocalisse.» Ruoto sulla schiena, sbuffando stanca; porto l'avambraccio sinistro a coprire gli occhi chiusi, mentre il ronzio soffuso della TV fa da sfondo alle nostre chiacchiere. «Ho sinceramente paura questa volta.»
Seduto al tavolo, ma rivolto verso di me con la sedia, lui mi fissa, il busto reclinato in avanti per tenere gli avambracci posati sulle ginocchia. «Non ti succederà niente» dice solo, alla fine.
«Ah no? E sarai tu ad impedirlo?» Lo osservo con un sorriso sarcastico, reclinando indietro la testa contro il mio bracciolo.
«Se vuoi metterla in questi termini, sì.»


+

«Non le voglio qui con noi. Mi danno fastidio.»
Quando allungo la mano per prendere del pane dal centro della tavola, Tomi afferra il mio polso trattenendolo con forza. «Lan, cerca di darti una calmata, okay?»
«Perché?» sibilo, liberando la mano dalla presa. «Per fare amicizia con loro così come state facendo voi altri?»
Sylar sorride – sogghigna anzi – seduto di fronte a me. È raro che mi spalleggi quando discuto con i miei amici: mi piace pensare lo faccia perché mi ritiene forte abbastanza per far valere da sola le mie posizioni, ma in realtà temo semplicemente non gli interessi ciò che faccio. O che facciamo noi della Confraternita in generale, insomma.
«Sono fratelli» risponde Tomi, allungandomi quel pane che un istante fa stavo tentando di prendere, alludendo al fatto Matt sieda allo stesso tavolo di Sapphire e Jackie. «E Vector... lo sappiamo tutti che cosa pensa Vector.»
«Sarò libera di non volerle qui?»
«Meallán» taglia corto Sylar senza guardarmi, «ora basta, non fare la bambina.»
Non fare la bambina.
Certo, non fare la bambina. Devo solo convivere con persone che odio mentre ora dopo ora la fine del mondo si fa sempre più vicina, che cosa volete che sia?
Non colgo l'occhiata ostile che Tomi rivolge a Sylar e non ricambio il suo sguardo quando mi dice: «Nel pomeriggio ci alleniamo. Hai bisogno di scaricare un po' di tensione».
Mi limito a bofonchiare un: «Sta bene», riempiendomi poi la bocca di pane e formaggio per evitare di aggiungere altro.
Lo so che a volte esagero, lo so che parlo a sproposito, ma questa è la mia – la nostra – casa e non mi piace avere attorno ospiti indesiderati. È davvero tanto assurdo la pensi così? Avverto questa cosa come una vera e propria invasione di territorio e fatico a conviverci.
«Fattene una ragione» mi dice Tomi quando, finito di pranzare, ci alziamo per sgomberare i tavoli. «Quando il peggio sarà cominciato, dovremo essere capaci di guardarci le spalle l'uno con l'altro, se non vogliamo lasciarci la pelle.»
Sì, lo so. Ho solo bisogno di un po' di tempo per abituarmi all'idea... solo di un po' di tempo.

+

«Oggi deve essere la giornata del "voglio vedervi tutti morti".»
Ignorando le parole di Tomi, Ruby lascia che una nuova serie di sferici proiettili si stacchi dal suo scudo plasmatico andando a colpire le bottiglie allineate con cura su di un muretto distante circa dieci metri da lei, facendole esplodere tutte quante in una nube di finissimi frammenti di vetro.
«Lasciami in pace per favore.» Si rilassa, prendendo un paio di respiri profondi, e lo scudo che si era formato attorno al suo corpo lentamente scompare.
«So che hai parlato con Eric» insiste il ragazzo, la spalla destra che poggia contro lo stipite della porta, uscita posteriore della loro base newyorkese. «Brutte notizie?»
«Nulla» risponde lei gelida. «A parte la pretesa di mandarmi quindici giorni allo Xavier Institute come equo scambio per aver ospitato qui i loro studenti.»
«Mi sembra anche giusto» risponde Tomi con una scrollata di spalle, «noi abbiamo la loro cervellona, loro si prendono la nostra. Chi verrà con te?»
«Eric non lo ha detto. Penso ne voglia discutere prima con il diretto interessato.»
«Perché non hai rifiutato, se ti pesa tanto andarci?»
Ruby non si volta mai a guardarlo mentre parlano, gli occhi fissi ai cocci rimasti per terra e sul muretto delle bottiglie rotte, il solo profilo destro, severo, esposto alla vista del ragazzo. «Perché sarebbe stato stupido in vista di ciò che sta per accadere. E perché io non contravverrò mai ad un ordine di Eric. Mai.» Infila le mani nelle tasche dei cascanti pantaloni militari, sformati e per nulla femminili, sancendo la fine di quel discorso con uno sbuffo prima di voltarsi e, a testa bassa, prendere a dirigersi verso Tomi, per rientrare alla base.
«Ruby.»
La stretta di lui attorno al polso sinistro la fa irrigidire. Si ferma, ma non volta gli occhi per ricambiare lo sguardo dell'amico.
«Se dovessi aver bisogno di qualunque cosa, in qualsiasi momento, sai che-»
«Sì. Lo so Tomi. Grazie.»
Certo che lo so...

+

«Che ci fai tu qui?» Punto i pugni sui fianchi con aria di sfida mentre Tomi mi affianca.
Sapphire Kirkjan, ferma al centro della palestra con Jeremy di fronte, mi osserva così come si potrebbe osservare un fantasma. «Ci stiamo allenando» risponde. «Magneto ci ha dato il permesso di usare la palestra, così come qualsiasi altra stanza della base.»
«Lo farete in un altro momento allora.» Socchiudo gli occhi con aria ostile, stringendo con più forza i pugni. «Questo è il turno mio e di Tomi.»
Jeremy sospira un: «Lan, ti prego» che mi fa sinceramente venir voglia di prenderlo a calci – non sono una cazzo di bambina capricciosa io, chiaro? - ma Sapphire avanza di un passo e con fare deciso dice: «Tabelle dei turni qui in giro non ne ho viste Meallán, e se permetti io e J siamo arrivati per primi».
«Tu e J potete andare a limonare anche nello spiazzo esterno, noi dobbiamo allenarci sul serio
«Molto divertente.»
Mi divincolo dalla presa di Tomi quando lui, con un: «Torniamo dopo Lan», cerca di portarmi via, e Sapphire fa uguale con Jeremy.
«Sai cosa ti dico?» Fisso negli occhi Sapphire, anche se non mi sto rivolgendo a nessuno in particolare mentre parlo. «Non c'è problema.» Allargo le braccia verso l'esterno con un breve scatto e alle mie mani si sostituiscono gli enormi pugni di Fury. «Vorrà dire che ci alleneremo un po' in coppia Kirkjan, mmmh?»
Lei si solleva di pochi centimetri da terra, l'epidermide che muta in un nero compatto che contrasta con il bianco candido dei capelli. «Io certo non mi tiro indietro Kincade.»
«Fuori dalle scatole J» intimo al ragazzo. «Tomi, dacci uno scenario carino, facci questo favore.»

+


Marie è china sulla sua scrivania quando qualcuno bussa alla porta, tre volte. Solleva la testa, attorno a lei un mare di fogli accartocciati – tentativi di lettere indirizzate a Bobby, ma tutti meramente falliti – che spazza via dal pianale direttamente nel cesto della carta straccia con un rapido movimento dell'avambraccio destro. Si alza in piedi, appoggiandosi di spalle alla scrivania con mani e fianchi, poi dice: «Avanti».
È Bobby a fare capolino nella stanza, una volta che la porta si è aperta, e in un certo senso la ragazza questo quasi se lo aspettava.
«Posso entrare?»
Lei alza la spalla destra, senza che le venga in mente una sola buona ragione per impedirgli di avanzare. Sul momento almeno, perché un paio di secondi più tardi di ragioni gliene sono già venute in mente anche troppe.
«Avevi bisogno di qualcosa?»
«Parlare, più o meno.» Lui si scompiglia i corti capelli biondi con una mano, palesemente a disagio. Si ferma ad un passo da lei, ma non sembra essere poi tanto certo sia quella la cosa migliore da fare.
«Bobby, io non credo che-»
«Ti amo.»
Marie richiude la bocca di scatto, mortalmente seria in volto. «...come?»
«Puoi odiarmi. Puoi prendermi a schiaffi se vuoi. Puoi... non credermi. Ma io ti amo. E ti amo davvero, Marie.»
«È facile dirlo ora, no?» Lei abbassa gli occhi, le nocche che sbiancano nello stringere convulsamente il bordo della scrivania. «Sapphire ti ha dato il benservito e tu-»
«Non è un ripiego» la previene lui. «Non sto... ripiegando su di te perché ho perso lei. Sono stato io a lasciarla Marie, lo sai. Dovevo pensare, chiarirmi le idee, capire cosa voglio davvero.»
«E cosa ti fa credere di essere riuscito a capirlo, questo volta?»
Lui porta le mani alle sue braccia, istintivamente, stringendole appena. «Non ho mai smesso di amarti Marie. Guardami negli occhi. Guardami negli occhi e dimmi che non mi credi.»
È facile, troppo facile, lasciarsi andare adesso che Sapphire Kirkjan è lontana. Fingere che la distanza fra lei e Bobby, in tutti quei mesi, non sia mai esistita, annullarla con un bacio, con l'ennesimo bacio, allacciando le braccia attorno al suo collo, respirando a pieni polmoni il profumo della sua pelle.
Troppo tardi Marie si accorge di quel che sta succedendo, dell'energia vitale del ragazzo che, come un torrente in piena, passa da lui a lei, inebriandola. Fatica a staccarsene, quasi le loro bocche ed i loro corpi fossero una cosa sola, e tremante grida, portando le mani alla bocca, quando Bobby si accascia a terra, pallido come un cencio, il reticolo di vene e capillari dipinto come una mappa al di sotto dello strato sottilissimo della pelle. Non riesce a respirare, e Marie sta ancora piangendo quando Piotr e Kitty irrompono nella stanza richiamati dalle grida.
Dio, no... un'altra volta no...

+

«Carino da parte sua, no?» Tomi è sparito, di fronte a me c'è solo Sapphire, ma so che lui e Jeremy si trovano ancora da qualche parte qui attorno. «Ho sempre desiderato visitare la casa dei Myers.»
E quella che ci circonda è l'esatta riproduzione della casa in cui Michael Myers è nato, generoso tributo da parte di Immago ad una delle mie più grandi passioni. Possiamo restare qui dentro o uscire per le strade di Haddonfield se lo vogliamo: in questi momento, invidio il suo potere veramente tanto.
«Un posto vale l'altro» risponde Sapphire, del tutto indifferente, «fatti sotto Meallán.»
Agli ordini tesoro: agli ordini.
I miei occhi sono completamente neri mentre, alle sue spalle, guido i gesti di Fury come fosse un'enorme, obbediente burattino. Lui si scaglia contro Sapphire, per la prima volta senza alcuna remore, ed è solo lo scudo di antimateria che lei prontamente genera a ripararla dai devastanti pugni dell'avatar, che comunque la fanno indietreggiare sullo scricchiolante pavimento della stanza.
«Finiscila» sbuffo, contrariata. «Così non vale.» Muovo il braccio sinistro verso l'esterno e Fury si sposta, andando a staccare uno degli sportelli del pensile posto sopra al lavello della cucina per scagliarlo contro Sapphire, che chiaramente lo schiva.
«Vediamo se così ti diverti di più Meallán» dice, e l'aura attorno a lei sembra crescere in proporzione alla sua concentrazione.
Indietreggio di un passo sotto ad un'invisibile pressione e copro gli occhi con l'avambraccio sinistro mentre per un secondo Fury sembra sul punto di scomparire, come il fotogramma mancante di un filmato.
Similarmente ai suoi scudi, l'antimateria sembra unirsi nell'aria a formare traslucidi artigli, e mentre Sapphire dice: «Freddy Krueger. Uno dei tuoi preferiti, no?», quelli si abbattono su di me, aprendo quattro sanguinanti tagli sul mio braccio.
«Stronza!» Stringo i denti per il dolore, abbassando lo sguardo sulla manica stracciata della mia felpa di Emily the Strange. «Giuro che questa me la pagherai cara!»

+

«Lei chi è?»
Mohinder accenna un sorriso a Marie, fermo alla destra del lettino su cui lui è stata adagiata. «Mi chiamo Mohinder Suresh. Sono... diciamo un amico della dottoressa MacTaggart.»
«È... un medico anche lei?»
Il ragazzo indiano annuisce. «Genetista per la precisione. Sto conducendo delle ricerche parallele a quelle della vostra Moira, per questo mi trovo qui.»
«Lei dov'è?»
«Nell'altra stanza.» Mohinder volta solo per un secondo il capo verso la porta chiusa del laboratorio, tornando poi alla ragazza. «Si sta occupando del tuo amico.»
«Bobby!»
Marie fa per sollevarsi dal lettino ma Mohinder la trattiene con una mano, prudentemente ricoperta da un guanto in lattice. «Aspetta, aspetta: non puoi ancora muoverti, dobbiamo fare gli ultimi controlli.»
La ragazza si ridistende con un sospiro, gli elettrodi collegati al corpo che rimandano alle macchine impulsi per lei incomprensibili.
«Il tuo amico starà presto meglio» la rassicura Mohinder, «per fortuna i vostri compagni sono intervenuti in tempo.»
«Cosa... che è successo? Io... io ho rinunciato al mio potere, io...»
L'indiano annuisce appena, abbassando lo sguardo. Scosta uno sgabello e prende posto a sedere accanto alla ragazza. «Ho sentito parlare di quella cura, quando è uscita» comincia a spiegare, «e l'ho studiata a mia volta. Non è stabile nel tempo Marie. Reagiva in maniera differente a seconda dell'organismo ospite, ma non era definitiva.»
«Magneto» sospira lei, e quel sospiro sembra racchiudere tutta la sua comprensione.
Mohinder annuisce. «Eric Lenhsherr, uno dei primi casi di reazione dell'organismo alla cura. Raven Darkholme, un altro fra quelli accertati, ma a lungo andare i poteri di ogni mutante sembrano destinati a risvegliarsi Marie, è solo questione di tempo.»
Marie sta piangendo quando chiede: «Quella di prima... sono tornata ad essere... il mostro che ero prima?» ed a nulla serve la debole carezza con cui l'indiano le sfiora i capelli.
«Stiamo lavorando ad una nuova cura Marie. Io e Moira stiamo lavorando ad una cura stabile, duratura. Ci serve soltanto altro tempo, ma ti prometto che ce la faremo: aiuteremo te, e tutti quelli che come te vogliono fare a meno dei loro poteri.»

+

«Ouch, piano! Mi fai male.»
Esattamente come non avessi detto nulla, lui continua a tamponare i tagli che ho sulle braccia con un batuffolo di cotone imbevuto di disinfettante, seduto su una sedia di fronte a me, che sto sulla sua branda.
«Ci vorranno dei punti?»
Sylar lascia il cotone che stava usando sul letto e solleva la mano sinistra per afferrare il rotolo di garza che dalla scrivania levita fino al suo palmo. «Penso di no.»
Sapphire ci è andata giù pesante, considerando quello che è il suo stile. Ci siamo andate entrambe giù pesante, e sia Tomi che Jeremy sono dovuti intervenire per separarci.
«Dammi l'altra mano.»
Sollevo la destra con una smorfia di dolore. «È rotto?»
«Hai il polso lussato» risponde, sempre senza guardarmi. «Se fosse rotto, non credo riusciresti a muoverlo. Devi passare a farti controllare dalla tizia blu comunque, io non sono un medico.»
«Non puoi farmi una fasciatura alla meno peggio e via?»
Alza gli occhi scuri su di me e categorico ripete: «Passa a farti vedere in infermeria. Non voglio pesi sulla coscienza, se le tue condizioni dovessero peggiorare».
Ironizzo con un: «Quale coscienza?» ma lui non ride, limitandosi a rimette al suo posto ogni cosa con un semplice movimento della mano.
«Non voglio più vederti litigare con quella ragazzina.»
«Non stavamo litigando, stavamo-»
«Non farmi ripetere Meallán. Non hai dieci anni, queste scenette lasciale a quei cretini dei tuoi amici, che non hanno niente di meglio a cui pensare.»
Distolgo lo sguardo dal suo, del tutto incapace di contraddirlo. «Okay, scusa» rispondo, alzandomi. «Non succederà più.»
Faccio per aprire la porta, tornare nella mia stanza, ma alle mie spalle un gesto delle sue dita fa scattare la serratura, bloccandola.
«Credevo avessimo finito» dico, voltandomi con un sospiro.
Lui si avvicina fino a poggiare l'avambraccio destro contro il metallo della porta, la mano sinistra a sollevare il mio mento. «Decido io quando abbiamo finito.»
E non ho decisamente niente in contrario questa volta...
postato da MeallanKincade alle ore 17:24 | link | commenti (1)
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martedì, 20 novembre 2007

Trembling

«C'è molta gente che crede ai sogni profetici, perché a volte il futuro si realizza come il desiderio lo ha costruito nel sogno. In questo non c'è nulla di strano, tanto più che la credulità del sognatore trascura volentieri le considerevoli differenze che esistono tra il sogno e la sua realizzazione.»
-- Sigmund Freud




[ today, early in the morning - NYC, appartamento di Peter Petrelli ]

«Altri due... - mormorò l'infermiere, appoggiando i gomiti al tavolo e le tempie alla punta delle dita. Sulla sua scrivania, un giornale del giorno mostrava il titolo a tutta pagina: di lato, il monitor del pc era fisso sul sito della CNN dove l'elenco delle ultime notizie si aggiornava, inseguendo se stesso con la consueta frenesia, ma a sinistra l'articolo principale mostrava la foto segnaletica di un uomo che fissava il suo fotografo più come un predatore che come una preda, un mezzo ghigno e una luce assassina negli occhi. «Deve essere fermato...»
Petrelli si alzò. Alla parete, una grande mappa di New York era punteggiata di spilli colorati, alcuni rossi e altri neri. Quelli rossi erano le persone speciali che era riuscito a individuare, i mutanti. Quelli neri... beh, ogni spillo nero attaccava alla mappa un articolo di giornale, ripiegato a mostrare il titolo. Un filo li collegava, dal più vecchio al più recente, disegnando una traccia irregolare lungo la città e giungendo fino ad un ultimo punto, in un quartiere dalle parti di Brooklyn, dove una ragazza apparentemente insignificante e senza segreti era stata trovata con il cranio scoperchiato. Petrelli seguì a ritroso il filo con le dita: Kirby Plaza, una ragazza giapponese. East Side, Isaac Mendez.
L'infermiere aveva sperato di trovare del metodo - quello che se fosse stato un matematico avrebbe definito un algoritmo - in modo da prevenire le sue mosse e proteggere le sue prossime vittime, ma per ora... Non stava seguendo nessun criterio geografico, quel bastardo, anche se chiaramente in quei giorni aveva base nei dintorni di New York, e nessun criterio alfabetico. Nessuna logica per quanto perversa nella scelta dei poteri: ne era la dimostrazione il fatto che quel week-end aveva ucciso venerdì una ragazza con il dono della persuasione e dopo una che nemmeno sapeva di avere l'immunità alle manipolazioni psichiche. Non aveva senso: una persona con del criterio avrebbe fatto il contrario. Era impossibile prevederlo, andava volontariamente contro ogni logica per depistarli. Quando Peter credeva di aver capito che l'assassino prediligeva poteri complessi, utilizzabili in vari modi, c'era stata la morte di quel ragazzo, in provincia, che altro non faceva se non muovere il fuoco. Non volava, come si vociferava su internet di quell'ingegnere della Leland Baxter Paper, a Manhattan. Non poteva nemmeno generare una fiamma...
Petrelli digitò un comando sul suo computer e iniziò a scorrere l'archivio. Una volta, usando i poteri di una ragazza israeliana, era riuscito ad entrare nel portatile di Sylar per qualche secondo, scaricando metà del suo archivio, prima che lui se ne accorgesse e distruggesse la macchina con un impulso elettromagnetico. Doveva avere un backup da qualche parte, ovviamente, ma non era più riuscito a tracciarlo. Sentiva la rabbia montare in lui e nella stanza gli oggetti iniziavano a tremare. Si sentiva sempre un passo indietro, sempre a un passo dal fermarlo. A un passo. Ma quando si lasciava andare in quel modo, entrava in empatia proprio con il figlio di puttana che stava cercando di fermare, si manifestava la sua telecinesi, andava fuori controllo. L'infermiere chiuse gli occhi e prese un profondo respiro.
Si rimise al pc, con calma
- Naviga archivio -
Finalmente, trovò una corrispondenza tra una delle morti avvenute nei dintorni di New York e l'archivio del serial killer: la donna a Irvington.
Potere: ignizione.
Petrelli chiuse gli occhi e vagò con la mente. Poteva vederla: l'interno di una roulotte, tende di seta, tovaglia luccicante. La donna sospesa a mezz'aria, una morsa invisibile a serrarle la gola. Un uomo di fronte a lei, il braccio teso nella sua direzione. Il tentativo di liberarsi, di appiccare fuoco all'aggressore. La fiamma scatenata di riflesso al dolore di quella lama invisibile che le solcava la fronte.
Irvington, NY - Danzatrice arsa viva nella sua roulotte
A quel punto l'autopsia avrebbe già dovuto rivelare che il cervello era stato asportato. Forse lo S.H.I.E.L.D. era riuscito a mantenere segreta la notizia. Forse avevano una pista, dovevano averla.
Il doppio omicidio del ragazzo e della donna doveva essere scaturito da un'occasione non programmata, magari un incontro casuale, il secondo a completare le mancanze del primo potere. Aveva il fuoco. Che cosa poteva volere, ora?
- Ricerca per abilità -
Si passò una mano sulla fronte, mentre il computer navigava l'archivio.
Aveva trascorso la notte insonne, gli occhi invasi di bianco, eppure non era riuscito a dipingere che il cranio aperto di Isaac Mendez e quella ragazza albina. Mendez... si era fatto l'idea che Sylar non l'avrebbe mai ucciso. Non voleva il suo potere. Si era anzi fatto l'idea che temesse di averlo, dopo ciò che era successo l'ultima volta. E ora? Avevano attraversato così tanto, lui e Mendez: la bomba, il virus, lo tsunami, Arma X. Era sempre stato convinto che dovessero salvare il mondo. E l'avevano fatto. Più di una volta. Insieme. Nonostante Simone. Nonostante l'eroina. Nonostante quella rivalità e quell'astio che scorreva tra loro, quella tensione, nonostante si fossero sparati addosso, avessero cercato di uccidersi. Isaac aveva sempre una direzione ad ossessionarlo, una visione a guidarlo. Non aveva delle risposte, bensì le domande giuste.
Peter si strofinò gli occhi con le dita. Aveva bisogno di qualcuno cui chiedere consiglio. Istintivamente il suo sguardo andò ad una foto sulla scrivania, e distolse gli occhi con uno scatto nervoso. Non era il momento di caricarsi anche di quello. Non ora.

Prende il telefono e accede alla propria infinita memoria, un'altra abilità assorbita dal bastardo, per ricordarsi il numero che gli interessa, l'interno esatto, la sequenza di tasti per saltare il centralino, l'attendente e tutti gli intermediari.
Segreteria telefonica.
«Sono Peter Petrelli, vorrei parlare con il capitano Parkman.»
Nessuna risposta.
«Matt? Sei lì? Senti... lo so che non ci siamo parlati per molto tempo e che... senti, ho bisogno di parlarti. Mi richiami? A questo numero? È per -»
Fine del messaggio - sarete richiamati appena possibile



[ NYC, base della confraternita ]
Il piano di metallo della scrivania offre una superficie scivolosa e fredda, le mie dita reagiscono con dolore a quel contatto troppo viscido mentre cerco di rimanere in equilibrio sul braccio destro, le gambe leggermente divaricate e le punte verso il soffitto, l'altro braccio disteso orizzontalmente. Chiudo gli occhi, cercando di mettere ordine in quella settimana assurda. In giro per la base c'è gente che non mi deve vedere, Mystica mi ha ordinato di rimanere nella mia camera. E ciò che dice Mystica va fatto, mi è chiaro ora dopo i due grossi lividi che mi si stanno allargando sulla schiena e sulla spalla. Sto cercando di convincermi che sia tutto normale, che sia logico, e non ci sto riuscendo granché bene. Non capisco nulla di quello che succede in questo posto. Chi sono i ragazzi in visita e perché il tizio che si teleporta è così nervoso? Cosa c'è che non va con l'uomo bruno che si aggira in cucina? E perché cazzo ogni tanto dal fondo del corridoio, da quella stanza da cui entra ed esce solo Mystica, di notte si alzano delle urla? Il braccio mi fa male, mentre unisco le gambe e abbasso il ventre, disponendomi parallelamente al piano del tavolo e tentando di appoggiare il dorso della mano sinistra alla mia schiena. La spalla fa più che male. So che devo fare un furto tra qualche giorno, un posto assurdo a Washington, pieno di sistemi di allarme. So che mi ci porterà il tizio che si teleporta, che la telepate odiosa mi fornirà copertura telepatica - Che cazzo vuol dire? - e che la figlia del capo si accerterà che io non rimanga per caso incastrata nel lucernario come l'orsetto Pooh. E poi? Cos'altro so? Che devo entrare in un posto di cui era a conoscenza solo questo fantomatico vecchio preside, e ci devo entrare per fare delle foto a dei dipinti. Sto per fare una cosa che non capisco per della gente che non conosco, e tutto perché mi hanno fatto evadere da un posto che non ricordo in un modo che non mi è chiaro.
Il braccio trema. Cado e picchio ventre e seno contro l'acciaio della scrivania.
Dolore.
Perché all'improvviso ho voglia di piangere? Io non piango. Mai. Concentrati.
Appoggio la destra alla spalliera della sedia e, con un colpo di reni, mi sollevo in bilico.
Devo svuotare la mente.
Non pensare.
Cazzo, cazzo, CAZZO.
Non pensare.
Non pensare a Li, non pensare a Dimitri. Non pensare a Martha.
Ti prego non pensare a Martha.
Chiudo gli occhi con forza, fino a farmi male. Il mio braccio trema nel sostenere tutto il mio peso. Sono mancina, di solito lo faccio con la sinistra. Lo sapevano, quegli stronzi che mi hanno sparato?
NO.
Non pensarci.
Lascio la mia mente libera di vagare tra le persone che ho conosciuto in quel posto. Sono strani. Alcuni di loro, molto strani. Intendo, davvero strani. E io vengo dal circo. Questa gente mette i brividi. Come quella ragazza albina, che ho incontrato in corridoio e sono sicura mi odi per qualche motivo a me ignoto. O quell'altra, quella minuta e truccatissima: non so se è più inquietante come ha guardato me o l'occhiata che le ho visto lanciare al tizio che quell'altra chiama "lo psicopatico". Quell'altra, neanche a parlarne. E quello delle illusioni? Vogliamo parlare del tizio che crea le illusioni?
Spalanco gli occhi, allargo il braccio libero e prendo violentemente respiro, portando la sedia in bilico su due gambe con uno scatto delle spalle. Dritta o a rovescio, sembra che non faccia differenza per la stanza: è tutto metallico, le pareti sono lisce e fredde, spoglie. C'è un tappeto sul pavimento, che ho subito arrotolato e messo sotto la branda, e putrelle a vista sul soffitto, da cui pendono i neon. È un posto a dir poco futuristico, e mi fa star male. Una fortuna che qui non sia metallica anche la carta igienica.
Altro colpo della schiena. La sedia è in bilico su una sola gamba, ora, e io vi appoggio il palmo della mano, le dita aperte, i muscoli tesi, la testa che pulsa violentemente del mio battito cardiaco con, sulla tempia, il rilievo di una vena che non posso vedere.
Vedo invece la sedia ricoprirsi di una patina chiara e luminescente, e smettere di tremare. Vorrei poterlo fare anche con me stessa: ricoprirmi la pelle con un campo di forza, lasciare tutto fuori, farmi rimbalzare addosso ogni cosa. E non tremare.


[ Secret location, S.H.I.E.L.D. centro di detenzione ]

«Allora, che mi dice?» domandò una donna in uniforme, uscendo da una porta automatica con un dossier nella mano sinistra.
L'ufficiale si strofinò le tempie con due dita e ingoiò un'aspirina, seguendo l'altro soldato lungo il corridoio della base. «Ci sono un sacco di interferenze elettromagnetiche, è come ascoltare una radio durante un temporale.»
«Ehi - si fermò lei, fissandolo negli occhi. I suoi capelli neri avevano un consistente riflesso verdastro, una luce di fondo come se fosse stato volontariamente applicato un riflessante. O come se la tintura nera non fosse stata sufficientemente efficace. «Non mi sta dicendo che non è riuscito a sentire niente, vero?»
«No. - le rispose, mostrando le mani a difendersi.
«E allora parli
Svoltarono lungo un corridoio ed imboccarono l'ascensore per il piano superiore. Parkman ingoiò un'altra aspirina.
«Finirà con l'ammazzarsi, con quella roba. - lo rimproverò il maggiore, premendo un pulsante.
«Con tutto il rispetto, sarà ben altro che finirà con l'ammazzarmi.»
Fuori dalla porta dell'ufficio, una targa era appesa sotto l'aquila dello S.H.I.E.L.D. Il maggiore Dane passò la mano su una piastra a lato della porta e questa si illuminò, aprendosi: l'interno era austero, quasi spartano, a parte una scrivania, due sedie e la fotografia del Presidente. Vi aleggiava un freddo atavico, come un freddo dello spirito. «Allora. - l'ufficiale superiore sedette ed allargò le braccia. - Mi dica quello che voglio sentirmi dire e andiamo a casa.»
L'ex-poliziotto, ex-agente dell'F.B.I. e ora ufficiale dello Strategic Hazard Intervention, Espionage and Logistics Directorate, prese posto oltre la scrivania ed accavallò le gambe, stringendo le labbra in quella sorta di sorriso pensieroso e imbarazzato che Lorna gli aveva visto sfoggiare in diverse circostanze, sempre con la stessa voglia di prenderlo a calci in culo.
Oh cazzo, ecco che ci risiamo.
«Parli, Parkman, che tanto ho capito...»
«Non è stata lei. - confermò il telepate.
La donna picchiò un pugno sulla scrivania. «Ti odio, tu e la tua fottutissima telepatia! Ci sono tutti gli elementi per sbatterla a Ryker's Island e gettare la chiave, e tu te ne esci con una delle tue solite...»
«Lorna, è innocente
Sbuffò. «Potrebbe averlo fatto sotto condizionamento psichico?»
Il telepate scosse la testa. «Lo escludo. A questo punto, rimane solo l'ipotesi del mutaforma.»
«Cazzo...» mormorò, sbattendo la nuca contro la parete proprio sotto il faccione del presidente, francamente ritratto con un'espressione poco sveglia. Aveva mal di testa almeno quanto Parkman, con la fatica che stava facendo ad evitare di pensare troppo forte. Pensava in cinese, se proprio non poteva farne a meno, ma mancavano pochi mesi perché il telepate newyorkese imparasse anche quello, costringendola a passare all'arabo. «Sai che un mutaforma è un casino immane, da quando il sistema Walker è stato...»
«Il sistema Walker è una cosa di cui non vorrei sentir parlare - la interruppe, violentemente. Non era un sistema. Era una bambina, Molly Walker. Una bambina dolcissima con lo straordinario potere di localizzare ogni mutante sul pianeta. Almeno fino a quando quel lurido bastardo non aveva...
«Parkman! - tuonò Lorna, portandosi una mano alla tempia mentre l'ondata violenta dei pensieri di lui si espandeva dalla mente del telepate a qualunque altra mente nella stazione, facendola dolere.
«Mi dispiace. - mormorò, spingendo due dita all'angolo interno degli occhi e buttando giù un'altra aspirina. - Mi dispiace. Ci sto lavorando.»
«Ci stai lavorando da quando ti conosco. - lo liquidò Lorna. - Torniamo al mutaforma. Quanti ne abbiamo, schedati?»
Il telepate si distese sulla sedia. «Raven Darkholme, Mystica.»
«Dichiarata inattiva, da mesi ormai. Probabilmente è morta.»
«Candice Wilmer.»
«Scomparsa.»
«Tomi Oksanen.»
Lorna lo guardò. «Il mal di testa è peggio del solito, Parkman? Abbiamo i filmati. Ci serve un mutaforma
Giusto, sospirò il telepate, massaggiandosi le tempie e cercando di ricordare. O almeno di sfogliare con ordine la mente dell'archivista cinque piani più in basso. «Kevin Sidney»
«Chi cazzo è Kevin Sidney?»
Parkman cercò di concentrarsi per inseguire la mente cui aveva carpito quel nome, ma non ottenne nulla. Gli era sfuggita. Doveva aver sentito male. «Un'interferenza, ero distratto. Ho mal di testa.»
«Questa sì che è una sconvolgente novità... Poi? Chi altro abbiamo nello schedario?»
«Theodore Altman... Meggan Braddock... Vanessa Carlysle...»
«Tutti morti per il virus. Qualcun altro?»
«Il bastardo. - disse Parkman, stringendo istintivamente la mano attorno al bordo della cintura, cui erano agganciati il distintivo dello S.H.I.E.L.D., il comunicatore e la pistola.
«Non ricominciare, ne abbiamo già parlato. - troncò Lorna. - Non te ne puoi occupare, sei troppo coinvolto. E questo è un ordine
Il telepate serrò le labbra, mordendo l'inferiore dall'interno, e distolse lo sguardo alterato facendolo vagare per la stanza. Non era tipo da esprimere il proprio dissenso, non se non vi era spinto a lungo dall'esasperazione, e Lorna faceva apposta a punzecchiarlo: non le sarebbe piaciuto un po' più sicuro di sé.
Ma lei era un superiore. «C'è altro? - domandò Parkman, alzandosi.
«Sì. Dove andiamo a cena?»
Dandole le spalle, scosse la testa sibilando un sorriso attraverso i denti, un sorriso che raggiungeva gli occhi con qualcosa che non assomigliava a nulla di positivo. Gli sembrava che la testa fosse sul punto di esplodere, invasa da ogni singolo pensiero di ogni maledettissimo soldato, attendente e detenuto di quella baracca, e non era nello stato d'animo per stare ai giochetti del suo superiore. Che per di più stava di nuovo pensando in cinese. «Credo che prenderò qualche tonnellata di aspirina e me ne andrò a dormire, grazie, signore
Lorna sorrise. Le piaceva farlo innervosire, le piaceva sentire nella testa quel fischio, quella vibrazione della telepatia di lui che si dibatteva per sfuggire al controllo. Lo guardò uscire dal suo ufficio e si concesse qualche istante, giocherellando con una ciocca di capelli che le ricadeva sulla fronte. Era il momento di rifare la tinta. Ma finalmente era sola, nel suo ufficio, in un edificio S.H.I.E.L.D., con tutti gli schermi psichici e le protezioni possibili, le telecamere scollegate: con uno scatto saltò in ginocchio sulla scrivania e gettò a terra le carte, spazzandone la superficie con una mano. Sentiva il metallo freddo sotto le ginocchia attraverso i pantaloni dell'uniforme, le particelle della scrivania vibrare mentre si buttava con la schiena contro il piano e i bottoni d'acciaio dell'uniforme strappavano le asole, scoprendo il seno stretto nella fascia elastica. Chiuse gli occhi, mordendosi le labbra, e strofinò i palmi delle mani sulla pelle dei pantaloni: attorno a lei, le due sedie metalliche tremavano, tintinnando sul pavimento, le scatole portadocumenti perdevano i rinforzi d'acciaio, che andavano a roteare sopra di lei mentre la scrivania, lentamente si sollevava da terra. Lorna strappò la fascia dal petto ansante e piegò le ginocchia, inarcando la schiena: le sentiva, tutte, ogni singola particella metallica della stanza scivolare lungo il suo sistema nervoso come miele sulle dita. Spalancò gli occhi, fissando oltre un punto fisso del soffitto, le pupille dilatate e lo sguardo annebbiato, mentre le sue mani scorrevano lungo le gambe e gli oggetti roteavano attorno alla scrivania fluttuante, solcando le linee del suo campo magnetico. Lei il nucleo, loro gli elettroni. Loro come chiunque altro: elettroni cui comandava di ruotarle attorno, di solcare con le dita le linee del suo piacere. Per poi lasciarli cadere al suolo, inerti, con un sospiro esausto e una risata.


Lorna Dane - Polaris
 
postato da Daimaca alle ore 16:14 | link | commenti (5)
categorie: ricerche, esercitazioni, poteri
lunedì, 19 novembre 2007

No more memories

La notte, a New York, è possibile fare più o meno tutto. Almeno è questo che mi ha detto Sean l'ultima volta che siamo stati qui. Io so che nella mia New York adoravo andare a passeggiare a Central Park quando era un tripudio di farfalle e di sole caldo e bruciante sulla pelle.
L'auto svolta pigramente in un vicolo di Hell's Kitchen.
Questa parte della città non è sicuramente una delle più semplici in cui vivere, per un normale essere umano, ma è anche l'unica nella quale un mutante possa spingersi, soprattutto se come noi è sprovvisto dei braccialetti. Anche Mancuso mi ha detto che non c'è davvero nulla da fare. O si indossano i braccialetti, o si è completamente tagliati fuori.
Tanto credo che qui, e in qualsiasi altro mondo immaginabile, chi si scosta anche solo per qualche misera traccia genetica dalla normalità sia destinato a non poter mai sollevare la testa.
«E così sta per cambiare tutto di nuovo... cade Larkey e al suo posto?» dico quasi sovrappensiero mentre osservo fuori dal finestrino la città con le sue strade fetide che scorre oltre il vetro.
«Non cambierà nulla.» dice quasi tetro Matthew, andando a parcheggiare l'auto fuori dal locale migliore di Hell's Kitchen, proprietà di un certo Wilson Fisk.
A volte mi manca casa. Mi manca così tanto che i contorni delle cose sono già sbiaditi nella mia mente e mi ritrovo sempre più spesso a doverli costruire.
«Dobbiamo avere fiducia.» risponde con determinazione Sapphire dal seggiolino posteriore. Forse neppure se ne accorge, ma la sua mano pallida è appoggiata sul sedile accanto a quella di Jeremy e le loro dita sono vicine, quasi sul punto di intrecciarsi.
«E' per quello che tu sei allo Xavier e io alla Confraternita, sorellina. Nulla potrà mai far crollare il tuo ottimismo.» le risponde Matthew alzando gli occhi verso l'insegna al neon rosa e spegnendo la macchina. Le note della radio si affievoliscono e l'auto piomba ne silenzio.
«Non sono più ottimista come un tempo, Matt. Sono cambiate molte cose.» gli risponde lei aprendo la portiera e uscendo nel parcheggio deserto. Dall'interno del locale arrivano le pulsazioni basse della musica. Un grosso gorillone all'entrata osserva imperturbabile chi gli passa accanto.
Quando gli siamo di fronte lascia passare Sapphire e Jeremy, mentre quando è il mio turno stende il braccio.
«Non credo che questo sia un posto per lei signorina.» La sua voce è bassa e cavernosa ed è quasi inudibile a causa del suono persistente della musica.
«Ehi!» esclamo con un moto di stizza, serrando i pugni, mentre sulla mia pelle iniziano a formarsi tantissimi puntini luminosi, come se fossi cosparsa di brillantini.
Sapphire si volta verso di me e spalanca gli occhi con un moto quasi di terrore, certa che non saprò controllarmi.
Poi sento una mano grande posarsi sulla mia schiena, sopra il cappotto grigio.
«Sono sicuro che il signor Lehnsherr non sarebbe molto contento di sapere che una sua ospite è stata trattata così.» dice Matthew allungando verso il buttafuori un paio di biglietti da cento dollari. L'omaccione li afferra prima di ritrarre la mano.
«Mi scusi, signore. La prego di perdonarmi per l'errore. La signorina è la benvenuta.»
Il luccicore sulla mia pelle scompare e io mi volto verso Matthew sussurrandogli un "grazie".
Lui sorride.
«Non ti preoccupare. Dobbiamo controllare Jeremy invece. Rischia di essere scaricato da Sapphie, stasera, da tanto è goffo.»
«Io non credo proprio...» gli rispondo scuotendo la testa e sorridendo in direzione dei due ragazzi che si sono già avvicinati in fretta ad un tavolino abbastanza appartato.
Sono felici e non credo che sia possibile definire altrimenti l'espressione di sereno abbandono che hanno sul viso. Sono sicura che Sapphire non si farò spaventare dal ricatto simulato da patto di alleanza di Magneto. Jeremy sarà al suo fianco. Con un sorriso mi viene quasi da pensare che sarà difficile riportarla a casa.
«Ho bisogno di ubriacarmi... un assurdo bisogno di ubriacarmi...» esclamo lasciandomi cadere sulla sedia di plastica sagomata. Il locale non è affatto brutto. Un po' inquietante, forse, con questi lastroni di plexiglass che dividono gli spazi rifrangendo la luce. In un angolo del locale, sotto una consolle, alcuni ragazzi ballano sotto l'incitazione di un dee-jay esaltato.
«Stai attenta, Jackie... non possiamo rischiare che ti metti a brillare come una di quelle palle anni settanta per le discoteche...» dice Jeremy guardandosi attorno, anche se ad ogni occasione i suoi occhi scuri si fermano sulla figura di Sapphire.
«Tu vorresti dire che sono piccola e rotonda?» gli chiedo con tono minaccioso, puntandogli un dito contro.
Sapphire scoppia a ridere, mettendosi una mano davanti alla bocca e piegandosi verso la spalla di Jeremy seduto accanto a lei, sul divanetto appoggiato alla parete.
Mi sento molto più sollevata, quasi mi avessero tolto un peso dallo stomaco, ora che la sento ridere.
Perchè è tutto davvero troppo difficile e lo si legge negli occhi di tutti. Anche Lan, nonostante il tono da dura, in fondo sta incassando colpi su colpi. Però come ha detto giustamente lei, non sono una sua amica, dovrei imparare a farmi gli affari miei.
Più di qualche volta in questi giorni mi sono guardata intorno e ho avuto questa sensazione, che con il passare del tempo è diventata sempre più netta: io, con tutto questo, non centro nulla.
«Io vado ad ordinare da bere...» dico alzandomi dalla sedia. Mi avvicino al bancone e il tipo che serve da bere mi guarda un attimo, per poi sorridermi e sporgersi attraverso il piano macchiato di alcol e briciole di arachidi.
«Che ti porto?» mi chiede.
«Fai quattro birre... intanto non è che potresti portarmi un wishky? On the rocks.» concludo facendogli un occhiolino.
Osservo il liquido ambrato che cade nel bicchiere facendo tintinnare tra di loro i cubetti di ghiaccio.
«Ehi... tutto ok?» sento una voce alle mie spalle. Mi volto appena e Matthew viene a sedersi sullo sgabello di fianco a me, mentre il barista inizia a spillare le birre.
«Sì...»
Lui posa il gomito sul bancone, voltandosi verso il tavolino dove sono ancora seduti Sapphire e Jeremy.
«Una parte di me vorrebbe andare lì a prendere a sberle J, perchè se la porterà via. L'altra è solo felice perchè non l'ho mai vista sorridere così, neppure con quel coglione di Strake.» dice fissando con gli occhi chiari la sorella che ride ad una battuta di J gettando all'indietro la testa.
«E' bellissima. E questo J lo sa e non le farà mai del male. Puoi stare tranquillo.»
Matt muove le mani con un'espressione svogliata.
«So benissimo quanto sia cazzuta mia sorella. E' un' X-men, ha parlato persino al Congresso di fronte a tutti quei grassoni. Ma è mia sorella.»
Sollevo le spalle.
«Se lo sai, fattene una ragione, Matt...» gli rispondo scolando tutto d'un fiato il wishky, nel momento in cui il barista appoggia anche la quarta birra di fronte a noi.
Lui intercetta due dei bicchieri.
«Tu piuttosto...»
«Io sto benissimo...» gli rispondo liquidando il discorso in fretta, avviandomi verso il tavolino.
Anche perchè, cosa potrei dire? Molti sarebbero felici di essere comunque vivi. Io sento solo la nostalgia di casa e ogni volta che osservo gli occhi degli altri vedo il riflesso di un'altra donna. Soprattutto quando è Sean, a parlarmi, tra di noi sono sempre sospese delle parole che prima o poi rischieranno di schiacciarmi.
Lei, invece...

Sapphire rimane ad osservare la schiena di Jackie che si allontana lungo il corridoio verso la propria stanza, accompagnata da Matt.
«Sei sicuro che possiamo rimanere qui?» chiede  Jeremy voltandosi a guardarla, dritta al suo fianco.
Lei annuisce, sorridendogli con dolcezza.
«Non ti preoccupare. Domani ci accompagnerete alla base e allora porterò la mia risposta a Magneto.» solleva su di lui gli occhi immensi «Ti va un po' di gelato prima di andare a dormire?»
Lui annuisce muto, quasi senza parole alla vista del suo visetto che affiora dalla penombra del corridoio. E' così bella che gli sembra quasi che sia questo, il suo potere. Essere così bella da far quasi male. Avrebbe voglia di accarezzarle il viso, ed è sicuro che la sua pelle è così morbida...
«J?» lo chiama lei dalla cucina.
«Arrivo, arrivo!» esclama lui, trasalendo come se Sapphire avesse potuto leggergli tutto nella mente. E in un certo senso sarebbe anche più facile così, perchè saprebbe tutto quello che sente dentro e tutto il mondo scintillante che vorrebbe potergli donare.

«Oddio... che schifo... che schifo...» mugugno contro la spalla di Matthew.
«Con tutta la birra che hai bevuto...» risponde lui facendo scattare la luce della camera.
«Non parlavo di questo...» gli dico scivolando via dal suo braccio e andando a buttarmi sul letto. Sollevo la gamba sopra il ginocchio e faccio scorrere la zip degli stivali di pelle per poterli togliere.
Lui solleva un sopracciglio, appoggiando la spalla allo stipite della porta.
«E cosa farebbe così schifo?»
«Hai mai provato a vivere la vita di qualcun'altro perchè non ne hai una tua?» gli chiedo sollevando su di lui lo sguardo.
Lui solleva le spalle con un gesto di noncuranza e il bel viso si atteggia in un smorfia in parte di disprezzo.
«E' una cosa stupida.»
Allungo la gamba, tirando lo stivale dalla punta, mordicchiandomi il labbro per lo sforzo. Lo stivale non ne vuole sapere di uscire, per quanto cerchi di disincastrarlo.
«Lascia fare a me.» dice Matt avvicinandosi. Afferra senza tanti complimenti la calzatura e con uno strattone poco gentile la sfila dal mio piede.
Il contraccolpo mi da distendere sul letto.
«Io non sono così stupida. Semplicemente non sapevo cosa fare.»
Non ci sono lacrime in quello che dico. Non ci sono rimpianti, né strepiti. Solo stanchezza, così tanta stanchezza che vorrei poter dormire per sempre.
Matt mi osserva dall'alto. I suoi occhi sono davvero belli, di un azzurro gelido e chiarissimo, aldilà del quale sembra nascondersi tutto un mondo.
La cosa che mi piace di più è che questi occhi non li riconosco. Per quanto possa sfogliare le pagine del passato, nessuno sguardo che io abbia mai incrociato gli assomiglia.
Il suo viso si avvicina al mio, ed è tanto vicino che sento il suo respiro tiepido addosso, nella bocca.
«Dimmi solo che non mi hai mai conosciuta... dimmi che non sai chi sono.»
«Non ti preoccupare. Io non so chi sei e chi sei stata. Non mi interessa neppure.»
Il suo corpo pesa sul mio, mi schiaccia contro le lenzuola fresche, mentre vagamente, da oltre la porta, sembrano arrivare risate e chiacchiere allegre.
I suoi baci hanno qualcosa di vorace, come se volessero strappare avidi pezzi di metallo dal mio corpo.
Le mie mani scorrono lungo la sua schiena, sulla muscolatura ben definita, tipica di una persona abituata all'allenamento fisico.
Avvolgo le gambe intorno alla sua vita per sentirlo vicino, per non sentire altro che la presenza del suo corpo su di me. I vestiti sembrano non essere mai esistiti, come i pensieri. Qualsiasi ricordo, passato e presente, si dissolve sulla traccia della lingua di Matt sulla mia pelle. È solo questo che mi interessa ora. Dimenticare tra altre braccia, perdere il riflesso del mio viso in altri occhi, fino a non riconoscerlo più.


Jeremy apre gli occhi con una smorfia. Gli si è addormentato il braccio e la luce entra forte dalle ampie finestre dell'appartamento. La cosa è strana, una sensazione nuova eppure non estranea. Quando era allo Xavier's la luce entrava sempre dalle finestre. Era un luogo sempre pieno di luce, non sicuramente come la base della Confraternita.
Jeremy abbassa lo sguardo e finalmente si accorge della testa bruna di Sapphire appoggiata sul suo braccio che gli volta le spalle. Dorme e lui sente la schiena di lei sfiorargli il petto al movimento quieto del suo respiro.
Con un sospiro si abbandona contro lo schienale del divano, incredulo del fatto di stringerla tra le braccia. Non perchè la sera prima fosse troppo sbronzo per non ricordarselo. Appena arrivati a casa si erano messi di fronte ad un barattolo enorme di gelato alla vaniglia e alla fragola, chiacchierando di ogni cosa, qualsiasi idea passasse loro per la testa. Avendola lì, di fronte, essendo sicuro che qualche ora sarebbe stata solo per loro, Jeremy aveva chiesto a Sapphire dell'università, della sua nuova compagna di stanza e di mille altre cose. Lei aveva riso alle sue battute, alle imitazioni che aveva fatto di alcuni dei ragazzi della Confraternita. Non lo aveva fatto per prenderli in giro, o perchè la sua vita attuale non gli piacesse. Era solo per vederla ridere.
Poi, notato che Matt non era più tornato dalla camera di Jackie, lei aveva sollevato su di lui un paio di occhi enormi, quasi smarriti, come se non avesse capito bene cosa era accaduto. Jeremy aveva allungato la mano verso di lei, aveva stretto le sue dita gelide.
Poi si erano spostati sul divano, più per un riflesso di abitudine che altro, quando con Lan, Astrid, Kitty e Alison si mettevano a notte fonda in qualche salottino a guardare Mtv e a sgranocchiare pop-corn.
Ed era lì che alla fine Sapphire si era addormentata, abbandonandosi poco a poco al sonno, con il capo appoggiato alla sua spalla.
Jeremy non riusciva più a pensare a nulla, immobile e attonito dal fatto che lei fosse lì, dove lui desiderava che fosse da tantissimo tempo.
La sente mugolare qualcosa, muoversi appena e infine, aprire gli occhi.
Jeremy si sente afferrare dal panico, quasi che la consapevolezza di dove si trovano possa accendere in Sapphire una scintilla di sdegno. Lei invece si volta verso di lui e sorridendo appena, mentre le guance le si imporporano, si strofina gli occhi con le mani chiuse a pugno.
«Buongiorno...» mormora mentre Jeremy non può fare a meno di continuare ad osservarla con i capelli sfatti dal sonno salutarlo con una vocina sottile e appena arrochita dal sonno.
«C...ciao...» balbetta lui, completamente incapace di muoversi.
Sapphire si stiracchia appena, senza dare l'impressione di volersi sottrarre a quell'abbraccio, così confortante e caldo.
«Credo che dovremo prepararci... oggi devi parlare con Eric.»
Sapphire serra le labbra, in un'espressione improvvisamente concentrata. Si solleva a sedere e Jeremy se potesse vorrebbe sbattere la testa contro la parete per essere stato così incredibilmente stupido.
«Hai ragione. Vado in bagno.»
«Ehi, Sapph!» la chiama lui prima che lei scompaia aldilà della svolta del corridoio. Lei si volta e lo guarda sopra la spalla.
«Se ti fermi da noi ti prometto che non permettere a nessuno di darti fastidio. Hai la mia parola.»
Lei sorride, distogliendo lo sguardo con una sorta di timidezza improvvisa e annuisce piano, prima di allontanarsi.

«Dovete aspettare. Magneto sta parlando con Mystica e Destiny. Vi chiamo io.» ci dice compitamente Ruby, fissa come un bastone nei suoi scarponi enormi e i pantaloni sformati. Si vede lontano un miglio che l'idea di avere alla base uno dello Xavier's la irrita profondamente. Eppure non è la prima volta che accade, a quanto ho avuto modo di capire.
Non invidio il “soggiorno” di Sapphire qui. Si troverà tutti contro, intenzionati a non farle passare liscio il minimo sbaglio. Mi auguro solo che Jeremy sia abbastanza forte per proteggerla, anche dal dolore che le procurerà l'indifferenza di Lan.
Mi allontano lungo il corridoio, prendendo una Lucky Strike dal pacchetto che ho preso dalla tasca del cappotto.
«Ne hai una anche per me?»
Mi volto allungando il pacchetto verso Matt, che ne prende una direttamente con le labbra.
L'unica cosa che vorrei dirgli, è grazie.
Mi sento come se mi fossi liberata di una patina che mi avvolgeva fino a soffocarmi. I problemi non sono risolti. Troppi perchè sa spiegare a troppe persone, ma allo stesso tempo la risposta è sempre quella. Io non sono lei. Ho il suo viso, la sua voce, alcuni dei suoi gesti, ma non sono lei e non potrò mai esserlo. Non posso salvarli dalla sua mancanza.
Matt è stato una boccata di aria fresca. È servito a disperdere un po' la malinconia, come io ho aiutato lui a non pensare a Sapphire per qualche ora. Anche se non me lo ha detto chiaramente, si è capito fin troppo bene.
«Credo che mi fermerò anch'io qui a New York. Mi dispiace, ma non mi fido molto, e non mi perdonerei mai se Sapphire avesse bisogno di me e io fossi a Washington.» gli dico mentre accende anche la mia sigaretta e io sbuffo fuori dalle labbra una nuvoletta di fumo.
«Non le farà male nessuno, Jack. Magneto potrà anche sembrare il cattivo, a volte. Ma è un uomo la cui parola vale molto.»
«Non lo faccio per tampinarti, se è questo di cui hai paura.»
Lui sorride appena. È davvero molto bello quando sorride, anche se di rado è spontaneo. La maggior parte delle volte sembra più una smorfia di sarcastico divertimento.
«Mi piacerebbe vederti di nuovo, Jack. Senza impegno.»
Annuisco.
Quando mi muovo il mio braccio urta qualcuno, che risponde con un moto di protesta.
«Scusa...» rispondo prima di rendermi conto che la persona che solleva le mani in avanti, come se avesse toccato qualcosa di sporco è Lan.
Non dice una parola. Si limita a storcere la bocca come se avesse inghiottito qualcosa di amaro e passa oltre, sparendo in un corridoio poco prima di incontrare Sapphire.
È anche per questo che dobbiamo lottare. Perchè tutto possa tornare al suo posto.
«Allora? Venite o no?» chi apostrofa Ruby facendo sbucare il busto dalla porta dell'ufficio di Magneto. Io e Sapphire ci guardiamo e annuiamo lentamente.
È tempo di accantonare le ragioni di parte e di sperare che il mondo un giorno possa ricordarsi di questo.

postato da JackiePaige alle ore 23:38 | link | commenti
categorie: confidenze, sesso, missioni, tradimenti
lunedì, 19 novembre 2007

I'm waiting you

[Some night before - Xavier’s Institute]
 
Stretta nell’abbraccio di Jeremy, è la dolcezza di quel contatto e di quelle parole così rassicuranti a fare ancora più male, più di quanto non faccia ancora il cuore al pensiero di Bobby.
Lui che diceva di amarla e proteggerla per sempre.
Lui che si era rimangiato ogni stupida promessa a cui lei aveva creduto come una stupida.
Lui che semplicemente, le aveva detto che non era più sicuro di lei.
Posare il capo sul petto di Jeremy, sentire il suo cuore emettere battiti accelerati a quel contatto, sentire la sua mano carezzarle la nuca e restare così, con l’eco delle sue parole a riempirle la testa.
“Io non ti farei mai piangere così…Morirei piuttosto di vedere soffrire te, Sa’. Te lo giuro, morirei…”
“Mangiamo il sushi, J.”
Nessuna risposta a quelle parole, troppa confusione nella mente e troppo dolore nel cuore e lo sguardo del ragazzo che segue ogni movimento del suo corpo quando si allontana delicatamente da lui e apre la scatola ricamata da ideogrammi giapponesi di cui ignora il significato.
“Davvero sei andato sino là? Dovresti stare attento, lo sai…”
Sospira mentre apre la scatola e porge a J un paio di bacchette, sorridendogli.
“Tu hai questo tempismo assurdamente perfetto di capitare da me quando ho bisogno di…”
Di cosa, Sapphire?  
Di qualcuno che ti dia quello che Bobby non ti concede più?
O di lui?
Alza lo sguardo sul suo viso in tempo per vederlo sgranare gli occhi e leggervi il desiderio del compimento di quella frase, ma non può permettersi di compromettere quel rapporto fatto di un qualcosa di magico che potrebbe perdere nel momento in cui una parola di troppo può cambiare radicalmente ogni cosa.
Ha perduto Astrid, poi Lan, poi Bobby.
Ogni promessa delle persone che amava è stata tradita ed è evidente che la vita ci si mette sempre in mezzo, che gli avvenimenti continuano a plasmarli e cambiarli e renderli sconosciuti.
Le basta guardare di nuovo Jeremy negli occhi per vedervi il bagliore che aveva perso da tempo, la stessa passione che lo pervadeva quando inseguiva il suo sogno di un mondo fatto di luci della ribalta, fans e palcoscenici.
“Ci pensi mai a tornare a suonare J?”
Lui sembra spiazzato e per poco non gli va di traverso un sushi con sopra un gambero gigante, tant’è che la coda dell’animale gli esce in modo del tutto ridicolo dalle labbra strappandole un sorriso.
“Che domande mi fai?”
“Guarda che tu suoni divinamente. E’ un peccato che non continui.”
“Ho altro per la testa e poi è un capitolo chiuso, Sa’.”
E’ lei ora a ingollare un piccolo maki a forma di cuore dopo esserselo portato dinnanzi agli occhi studiandolo attentamente sino a quando l’immagine del ragazzo al di là di esso non si fa sfocata.
“Secondo me ogni tanto fa bene, è un po’ come sfogarsi no?”
“Non se ti porta alla memoria qualcosa che vorresti dimenticare.”
La ragazza sgrana gli occhi poi abbassa lo sguardo sulla mano di Jeremy stringendola nella propria.
“Scusami, J.”
Perché scusarsi poi?
In quei ricordi c’è una vita, bella o brutta che sia stata, è qualcosa di unico e prezioso.
Dopo tutto ne hanno una sola su cui fare affidamento.
“Per quanto possano essere dolorosi i ricordi, ogni tassello serve per renderci quello che siamo oggi e quello che saremo domani. Abbiamo una sola vita e dobbiamo saperla vivere a pieno, ogni giorno.”
“A te non è mai capitato di capire che hai buttato nel cesso anni interi?”
“A volte. Ma credo che sia dovuto a ciò che è accaduto poi. Quando li vivi, quegli anni ti sembrano sempre i più belli che tu abbia mai avuto.”
“Ti porterò a Londra.”
“Prego?”
Sbatte le palpebre un paio di volte incredula, le lunghe ciglia che le carezzano il viso.
“Non vuoi andare a Londra?”
“Ma cosa c’entra? Non posso muovermi ora. Con Ororo in carcere e tutti gli altri problemi alle porte, l’università e…”
Jeremy le posa un dito sulle labbra, zittendola.
“E’ ancora presto, ma quando sistemeremo un po’ di cose ti porterò a Londra. E non ammetto repliche.”
“E se ti dicessi che non ci verrei nemmeno morta?”
Per un istante sembra dannatamente seria e Jeremy si sente un grandissimo idiota per correre dietro a una che probabilmente non riuscirà mai a conquistare poi però, il sorriso che si apre su quel viso bellissimo che gli pervade continuamente la mente dirada un po’ quei dubbi.
Forse lui può sostituire quel coglione di Drake che se l’è fatta sfuggire.
Occorre solo pazienza ma il problema è che lui non è mai stato uno in grado di attendere a lungo né una persona che possono restarsene con le mani in mano per settimane.
Lui è quello che ha la passione che è mancata a Bobby, quello che con lo stesso fuoco è riuscito a sorprendere Sapphire ripetutamente e che con la medesima passione si è sporto verso di lei baciandola.
Ci sono le labbra calde e dolci di lei sulle sue, la sua mano che esitante si adagia sul letto e che prontamente lui stringe nella propria deciso a non lasciarla andare più, i suoi occhi bellissimi chiusi in un istante che potrebbe durare in eterno prima che ci siano lacrime a rigarle il viso e passi che giungono dal corridoio, sempre più vicini.
“Morirei per vederti felice Sapphie, te lo giuro.”
Glielo sussurra a fior di labbra e non capisce il significato di quelle lacrime che la rendono ancora più bella, la bocca schiusa dalla quale non esce nessun suono se non un respiro delicato e controllato.
“Sta arrivando Sian.”
Lui aggrotta le sopracciglia non riuscendo a collegare a quel nome alcun viso noto.
“E’ una nuova studentessa, condivido la camera con lei ora. E’ una ragazza molto carina, sai?”
Solo in quel momento Jeremy sembra notare qualche vestito sparso qua e là e valigie adagiate in un angolo della stanza, in attesa di essere sistemate a dovere.
“E’ meglio che tu vada, J. Grazie.”
Si solleva in piedi mentre lui l’abbraccia, cercando di godere ancora un istante di quel tepore che il corpo di Sapphire gli offre, di quella dolcezza di cui ogni attimo in cui è con lei viene farcito. Lei si solleva in punta di piedi e gli posa un bacio delicato sulla guancia morbida e piena emettendo un leggero scocco.
“Grazie J. Grazie.”
Glielo sussurra cingendogli i fianchi nell’esatto istante in cui la porta si spalanca ed Evey entra nella stanza correndo e scodinzolando festante, abbaiando all’aria.
“Buona Evey, è Sapphire.”
L’islandese avverte per un istante – e solo grazie all’antimateria – le molecole di J farsi evanescenti e scivolarle via tra le mani con una velocità incalcolabile e resta sola, a stringere l’aria tra le dita mentre Sian fissa sorpresa la scatola di sushi e le bacchette adagiate sul letto della compagna, un mazzo di fiori a terra e petali tutt’attorno.
“Scusami.”
“Non ti preoccupare, era solo la visita di un caro amico. Vuoi?”
Le offre un maki a forma di stella e la ragazza lo accetta stringendolo tra le dita.
“Io so che non sono fatti miei e che non sono la persona più indicata, però…”
“E’ tutto a posto Sian, ci sono cose più importanti a cui dobbiamo pensare ora che non Bobby. Ti ringrazio però.”
Le sorride cercando di incoraggiarla, gli occhi arrossati dal pianto che non possono sfuggire a una qualsiasi ragazza.
“Tu vorresti davvero testimoniare a favore di Ororo?”
“Io sono l’unica testimone, certo che voglio! Io…non voglio sentirmi inutile quando posso fare qualcosa!”
Stringe tra le mani l’ampia gonna a ruota che indossa, il pastore alsaziano che ha pensato di ripulire la cassetta di sushi che è rimasta incustodita sul letto.
“Vedremo come fare. Finché l’Ispettore Mancuso non saprà darci qualche indicazione non potremo fare molto, Sian. Remy ti ha già affidato un compagno per gli allenamenti a quel che ho visto…”
“A quanto pare…sono molto duri?”
“Remy è un eccellente insegnante, sa tirare fuori il meglio di ognuno di noi…Douglas è un genio, peccato sia un po’ arrogante. Un po’ dispotico. Un po’ saccente. Un po’ irritante. Il signorino Ramsey sa rendere la vita impossibile a chiunque. Ma è un genio, letteralmente. Se non ci fosse stato lui ad aiutare il team che ha lavorato sui diari di Destiny a quest’ora saremmo ancora in alto mare.”
Sian solleva un sopracciglio cercando di comprendere almeno una minima parte della raffica di informazioni che Sapphire le ha rifilato.
“Scusami, ho parlato troppo. Sii serena, vedrai che ti troverai bene. In genere le combinazioni che offre Remy sono infallibili, fa in modo di combinare nel migliore dei modi i poteri degli studenti per renderli offensivi e difensivi al contempo rendendoli complementari.”
Un tempo tutto quello era fatto con l’aiuto di Scott, dopo le visite e i colloqui di routine con Jean. Ora è Moira a sostituire Jean e Remy si occupa da solo degli allenamenti degli studenti, lei e Bobby invece, della simulazione nella Stanza del Pericolo.
Quante cose sono cambiate da quando lei arrivata?
Il tempo scorre in fretta e le sembra che le scivoli tra le dita senza che sia in grado di trattenerlo. Cristallizzarne anche solo qualche frammento per rendere quei pochi istanti di pace e felicità il più duraturi possibile ma il tempo non si piega al volere di nessuno di loro.
O quasi.
“Credo che per Evey dovremo trovare una sistemazione un po’ più adatta. Andiamo a vedere in lavanderia se abbiamo qualche coperta per darla una cuccia accogliente anche qui, che ne dici?”
Sian annuisce e le due si immettono di nuovo nei corridoi dell’istituto, Evey al trotto al fianco della padrona come a volerla difendere da qualunque pericolo.
 
[Nowever - Morte]
 
Fenice giace addormentata, quanto meno, dorme il corpo di Jean Grey.
La sua mente è bombardata di immagini e ricordi che si inseguono alla medesima velocità con cui vengono silurati gli atomi durante l’esplosione nucleare.
Ricordi di Jean Grey.
Ricordi di Sharra.
Entrambi, ricordi della Fenice.
Nella stanza accanto, John Allerdyce grida e si contorce mentre il nettare di Morte di Apocalisse gli cola lungo la gola e ne ingolla avidamente ogni goccia nonostante esso bruci come lingue di fuoco vivo.
“Servirà anche questo, a Lord Apocalisse. Lui ama le grida di dolore, sono il suono più sublime che le su orecchie possano udire.”
Il ragazzo grida, la carne lacerata dalle bruciature che ancora porta dopo la sua morte.
La prima.
Così come Fenice, anche Apocalisse può dare la vita e toglierla con al stessa facilità.
Pyro grida di nuovo e tenta di contorcersi invano - i polsi e i piedi inchiodati a un lettino metallico da indistruttibili catene del medesimo materiale - mentre i tessuti del suo corpo lentamente tornano a formarsi ricoprendo la carne viva che sino a poco prima era stata l’unica copertura a difesa di muscoli lasciati qua e là scoperti e a parti di osso ben visibili.
Quello che fa più male è la ricostruzione degli organi interni ed è come se fossero serpenti all’interno del suo corpo a muoversi convulsamente, strisciando e reclamando come cibo il suo stesso corpo.
Carne che cresce su altra carne strappando ciò che di morto vi era per renderlo apparentemente vivo, in realtà solo un involucro di sintetica pelle indistruttibile come l’adamantio, ma perfettamente calda come quella umana.
Solo un’apparenza a cui Apocalisse desidera affidarsi nella sua perfezione edonistica, nulla più che rendere ancora più eclatante il suo ritorno.
L’avvento dell’Era di Apocalisse, ormai sempre più vicino.
John continua a gridare, continua a non vedere altro che buio attorno – ancora privo degli occhi che tanto aveva amato Meallàn – incapace di sopportare quel dolore eppure qualcosa cresce, si alimenta con esso con una violenza senza pari.
Rabbia. Rancore. Vendetta. Disperazione. Distruzione.
Semplicemente Morte, come se il nettare di Apocalisse offrisse a Pyro l’opportunità di concludere ciò che mai ha concluso sulla Terra, una seconda possibilità di essere grande tra gli sconfitti miscelando tra loro i sentimenti peggiori di quel giovane idealista.
Il più fedele dei servitori di Magneto or il più fedele dei servitori di Apocalisse.
Sino alla fine dei tempi.
 
[Ore 15.15 - Confraternita Mutante, NYC]
 
Meallàn ha interrotto la visione di Sylar con il suo arrivo. Che sia una distrazione neuronale o semplicemente la sovrapposizione di più poteri da parte del killer, l’irlandese non può saperlo.
Così come non può sapere che se quella divinazione fosse andata oltre, ci sarebbero state molte altre immagini su quella tela candida su cui capeggiano le figure di Scott e Toad ma c’è qualcun altro alla Confraternita in grado di prevedere il futuro chiuso in un’altra stanza avvolta dal buio più totale anche durante le ore diurne.
Maeve la notte è svegliata da incubi sempre più violenti e si stringe a Irene soffocando i singhiozzi e la donna la culla tra le braccia come se ne fosse la madre appuntando sui propri diari anche i sogni premonitori della bambina ed è la piccola Onyrica a sostenere Destiny durante le sue visioni in cui segni a lei incomprensibili vengono vergati con violenza sui diari che sta imparando a conoscere a memoria.
Magneto le ha chiesto di seguire Irene in ogni passo e di tacere con chiunque ciò che accade nella loro stanza e così la bambina segue diligentemente le richieste dell’uomo, incurante di qualche sporadica domanda che Lan le rivolge.
Così sporadiche che persino si è dimenticata quando è stata l’ultima volta che l’ha abbracciata ma ora ha una missione da adulta che porterà a termine.
“E’…è…John…NO!”
E’ un grido che si eleva e che per un istante riecheggia anche nella testa di Maria, ma la ragazza ha un unico scrupolo nell’utilizzare la propria telepatia ed è quello di non rivelare nulla di ciò che pervade la mente di Destiny o Maeve.
D’altro canto, Mystica è stata chiara: una sola parola ed è morta, ordini di Magneto e se anche non lo fossero, sa perfettamente che mettersi contro il braccio destro del grande capo equivale essere cenere in meno di dodici ore.
Nella mente di Destiny è la battaglia finale quella che un esercito composto da X-Men e Confraternita Mutante si appresta a combattere entrambi sotto la guida di Magneto, un uomo che in fondo ha racchiuso dentro di sé il sogno di Charles Xavièr.
E’ solo il mezzo con cui perseguirlo – e di fatto, l’esito finale se si vuole essere puntigliosi – quello che li differenzia enormemente.
Un solo punto in comune però, può fare la differenza: l’unione di tutti i mutanti.
 
Il corpo nudo di Meallàn è disteso sul tappeto della stanza di Sylar illuminato da una luce fioca che ne esalta la figura minuta nella penombra, Gabriel disteso sopra di lei che le inchioda i polsi a terra con forza.
“Com’è uccidere, Lan?”
Glielo bisbiglia in un orecchio, le labbra che le sfiorano i lobi offrendole un brivido che le scivola lungo la schiena con violenza.
“L’avevo già fatto, ma era diverso. E’ solo più divertente, una volta che hai provato con il primo.”
E’ un gemito soffocato quello che le sfugge dalla bocca quando l’uomo scivola su di lei baciandole il ventre per poi risalire di nuovo sino alla sua bocca, soffermandosi nello spazio tra i seni.
E’ il desiderarla e farsi desiderare la parte più importante dei loro amplessi, quel sentire il desiderio di lui accrescere il suo e avvertire su di sé quegli occhi così profondi tentare di afferrare i suoi.
Quanto dolore può esserci nella vita di un uomo?
Lan ha sempre potuto capirlo solo stringendo la mano di un essere vivente, da quanto ha smesso di ascoltare il cuore degli altri?
Di certo da quando il suo è divenuto guardingo nei confronti di chiunque, strafottente verso ogni sentimento anche il più puro e sincero, come se solo i più torbidi e lesionisti fossero in grado di farla sentire viva.
Non puoi cibarti di solo dolore in eterno, Lan.
Quella non è la voce di Sylar è una voce che da tempo vorrebbe dimenticare, quella della sua ex migliore amica.
Perché cazzo deve tornarle in mente ora?
Solo perché è arrivata lì alla Confraternita con il suo faccino pulito da santarellina per chissà quale motivo del cazzo o perché Gabriel è in fondo, da qualche parte, quel qualcosa che non è dolore?
Cazzate. Cazzate. Cazzate.
Geme ancora quando raggiungono l’orgasmo e lei si stringe al suo collo come se stesse precipitando in un cratere e lui fosse l’unico appiglio per restare sospesa e viva.
Fare l’amore sino a quando non farà male e anche in quel caso, continuare.
Ora Sapphire è diventata la coscienza scomoda che in rare occasioni si manifesta per ricordarle cose che vorrebbe dimenticare, per ricordarle che anche Meallàn Kincade ha un cuore.
Quello che quando si trova su di un auto con un serial killer spietato e crudele accelera i battiti e che lei ignora palesemente solo perché è più facile recitare la parte della dura che credere di poter provare un sentimento idiota come l’amore.
Perché l’amore rende deboli.
 
[Ore 20.50 - Xaviér’s Institute, Washington DC]
 
“Sicuro di non volerne parlare, Bobby?”
“Non credo ci sia molto da aggiungere Sean. O si?”
“Una Guerra come la vostra può solo uccidervi. Che senso ha rifiutare cocciutamente l’unica possibilità che abbiamo di fare qualcosa di concreto ora solo perché è Sapphire a proporla?”
“Proteggerla?”
“Sei sicuro? Lei sta lottando per sostenere una situazione molto difficile e pesante. Ha vent’anni Bobby e alla sua età non si pensa a salvare il mondo.”
La verità, quella palese e che fa male, è che è geloso.
Chiedere un’alleanza a Magneto significherà lavorare gomito a gomito con la Confraternita e lì, ci sarà Jeremy. Saprà sostenere una prova simile?
“Nemmeno per me è facile.”
“Ma sei stato tu a chiederle un periodo di pausa, o sbaglio?”
“Lei non l’ha accettato.”
“Ricordati che chi viene lasciato è sempre chi soffre di più. Dopo tutto deve accettare una scelta che gli viene imposta.”
“Non mi aiuta, Sean. Sappilo.”
“Cosa ti da fastidio?”
“Che sia a New York da sola. Che sia alla Confraternita. Che ci sia Strake.”
L’uomo aveva sorriso nella penombra, la terrazza illuminata solo dalla luce che filtra dall’interno dell’istituto.
“A volte occorre un grande coraggio per lasciare libera la persona che si ama.”
Come se fosse facile liberarsi dello spettro di Sapphire e dell’indecisione che tuttora gli incide il cuore, combattuto tra l’islandese e Marie che lo attende nel salotto al piano di sotto da chissà quanto tempo.
“Io non so se la amo ancora.”
“Non sei sicuro di lei, Bobby? Di volere lei nella tua vita?”
Il ragazzo era rimasto in silenzio, lo sguardo cocciutamente fisso sul cielo stellato che li sovrastava. Niente era facile, né lasciarla andare né tenerla stretta a sé.
Di certo odiava la freddezza con cui lo trattava, l’astio che manifestava nei suoi confronti così come la certezza assoluta che avesse perso ogni fiducia in lui.
Avrebbero realmente potuto combattere fianco a fianco di nuovo? Quella era una paura forse più grande del perderla per sempre eppure sapeva che Sapphire era abbastanza matura e responsabile da non mettere in pericolo una missione per colpa sua.
“Il tempo sistema le cose, comunque vadano. Devi dare tempo al tempo, ma devi essere obiettivo.”
Essere obiettivo quando era geloso.
Una cosa da nulla, vero?
“E’ meglio se rientriamo. Mancuso ha detto che domani possiamo presentare al commissariato Sian per la deposizione, ma dice che ci sono davvero poche possibilità di liberare Ororo in tempi brevi. Per questo dobbiamo muoverci anche su altri fronti.”
Sean aveva lasciato il ragazzo sulla terrazza rientrando nell’edificio.
Non era certo facile vedere sentimenti cadere e rinnovarsi e cambiare così repentinamente. Bobby Drake era un eccellente combattente, lo era diventato grazie alla guida di Scott dopotutto e Sapphire si era forgiata giorno dopo giorno uscendo da una guscio di protezione che non avrebbe mai lasciato in circostanze differenti.
Tuttavia Bobby viveva nell’incertezza dei sentimenti e perennemente teso verso un qualcosa che non sapeva definire e Sapphire, per quanto avesse influito sulla sua padronanza di sé riponendo in lui fiducia cieca, non era più l’adolescente che si era lacerata di dolore per Kurt.
Era una donna.
E aveva bisogno di certezze e di un uomo che la amasse incondizionatamente.
 
“Oh, Viky, smettila. Sai che Sapphie è andata alla Confraternita perché è l’unica cosa possibile.”
“Si, intanto noi restiamo qui a fare cosa Kitty?”
“Abbiamo almeno trenta cose differenti da fare, Vi’. Tipo, avete sentito oggi che Larkey è stato incarcerato no? Ora questo Petrelli chissà che vuole fare…”
“Io non penso che le cose cambieranno poi molto.”
“Bah, non troveremo mai un politico che ci difenda. Kitty muoviti a laurearti e prendi le redini del paese no?”
“Bella battuta Aly, lo sai?”
“Guarda che sono seria, scema. Sei tu che devi studiare di più, tutto qui. Sasà ha chiamato?”
“Non ancora.”
Le tre amiche continuano a fissare i cellulari posati sul tavolino del salotto in attesa di una notizia dell’amica. Sanno che una telefonata ufficiale la farà al recapito della presidenza e che sarà Sean a prenderla o in mancanza, Bobby.
“Certo che Bobby è un grande idiota.”
Viky sospira mentre fissa distrattamente la conferenza di Moira McTaggart e Mohinder Suresh alla tv, lo stesso tizio che per altro è capitato allo Xavièr qualche giorno prima reclamando la dottoressa per un colloquio importante.
“Si accorgerà troppo tardi di quel che perde, ha sempre fatto così.”
“E’ un coglione. Una come Sasà mica la trova tutti i giorni, cazzo.”
“Noi non possiamo farci niente, sono cose che devono sbrigare tra di loro.”
“Si ma avete visto quanta tensione c’è quando sono insieme? Si può tagliare con un coltello.”
“Vi’ ma che stai guardando di tanto interessante?”
 “Oh, sto cercando di capire qualcosa di questo Petrelli qui. Pare sia fratello di quel tizio che Sapph ha incontrato a New York.”
“Certo che il mondo è proprio piccolo eh.”
“Troppo per contenerci tutti, Aly.”
“Già.”
 
[Ore 17.00Confraternita Mutante, NYC]
 
“AntiMa, è una proposta davvero interessante la tua ma perché dovrei accettare?”
“Perché è l’unico modo che abbiamo per contrastare Lord Apocalisse. Voi avete Destiny e già conoscete parte di ciò che può accadere ma sfruttando i suoi diari possiamo modificare il futuro sulla base di ciò che sappiamo.”
“Dimenticavo che avete consultato i suoi diari.”
Sapphire arrossisce, sentendosi una ladra nonostante non sapesse nulla di quella storia sino a fatto compiuto eppure continua a sostenere lo sguardo dell’uomo seduto dinnanzi a lei, Jackie al suo fianco.
“Si, li abbiamo consultati, ma abbiamo bisogno di essere organizzati. Senza una guida non andremo da nessuna parte. E voi avete un potenziale che unito al nostro può realmente salvarci tutti quanti.”
“Pensi che Aenemia o Blanca decideranno di collaborare con voi?”
“Se sarà un vostro ordine si.”
“E Wolverine e Iceman?”
“Siamo tutti d’accordo su quale sia la linea di azione da adottare allo Xavièr’s Institute.”
Jackie le lancia un’occhiata di sottecchi e si stupisce di come quella ragazzina non abbia paura di Magneto.
“Interessante, ma prima voglio qualche dimostrazione di poterci fidare, AntiMa.”
“Non vi basta il fatto che siamo venute qui?”
“No Blaze.”
“Allora sarà una verifica reciproca Magneto.”
Jackie sembra sicura di sé tanto quanto Sapphire e un sorriso solca il volto dell’uomo, forse in quella forma di rispetto che ha sempre manifestato per il suo rivale di sempre.
“Le condizioni sono io a dettarle. Siete nella mia casa, state chiedendo a me un’alleanza, siete alle mie dipendenze.”
“Adesso esagera…”
Jackie si irrigidisce sulla sedia ma Sapphire le afferra prontamente una mano nella propria prima che il corpo della donna si riempia di aculei.
“Non mi sembra il caso, Blaze.”
“Cosa vorreste da noi?”
“Uno scambio…culturale. Uno dei vostri per uno dei miei ragazzi per quindici giorni, non uno di più, non uno di meno. Uno dei miei mutnati che dovrà assimilarsi totalmente a uno dei vostri…gruppi. E uno di voi che dovrà amalgamarsi all’interno della Confraternita. Due perni che saranno le basi per la nostra collaborazione. AntiMa, te la sentiresti di fare un passo simile?”
Sapphire si morde il labbro inferiore mentre Jackie prorompe in un sonoro e secco rifiuto.
“Sto chiedendo ad AntiMa di essere il vostro pezzo d’oro qui da noi, non a te, Blaze.”
“E chi lascereste dei vostri agli X-Men?”
“Lo lascio scegliere a te, AntiMa.”
“Voglio rifletterci, è possibile?”
“Vi attendo domani per quest’ora. Odio i ritardi.”
La giovane mutante si alza dopo Jackie, fissando l’uomo per un’ultima volta prima di lasciare la stanza.
Fuori da essa, Jeremy e Matthew le attendono.
“Vi riportiamo a casa.”
“No grazie, restiamo a New York qualche giorno.”
J spalanca e richiude la bocca un paio di volte come se tentasse di respirare invano, strappando un sorriso a Sapphire.
“Ragazzi andiamo a bere qualcosa insieme?”
“Jackie non mi sembra…”
“Avanti, è solo una birra.”
La donna trascina Sapphire lungo il corridoi seguendo Matt e per uno di essi incrociano Ruby e Tomi che parlano concitatamente.
“Ma quei due poi si sono messi insieme?”
“Figurati se Ruby si sbottona con Tomi, sono due coglioni.”
“Ecco qui gli ospiti eh.”
Sapphire saluta con un cenno della mano Ruby e fa una smorfia indirizzata a Tomi, poi continua a percorrere il corridoio, dietro di lei Jeremy.
A lui pare semplicemente un sogno averla a New York per qualche giorno e in quella manciata di ore vorrebbe poterle offrire almeno un po’ di normalità.
Può concedergli qualche ora solo per lui, senza che debba fuggire dalla sua stanza per i passi in corsa all’esterno?
“Sapphie…”
“Si?”
“Attenta, c’è un gradino.”
Che idiota.
Voleva invitarla fuori ma il coraggio per certe cose proprio non lo trova.
Decisamente, è più bravo con i fatti che con le parole.
“Grazie.”
Lei sorride poi si passa una ciocca di capelli dietro l’orecchio destro e riprende a parlare con Jackie concitatamente, sino a quando non è di nuovo l’aria gelida della capitale a investirli in pieno viso.
 
postato da SapphireBlue alle ore 14:24 | link | commenti
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