
[ NYC, appartamento di Peter Petrelli - prima mattina ]
Peter è appoggiato al lavandino del bagno, gli occhi fissi sullo specchio che rimanda il suo viso stravolto dalla mancanza di sonno, quando suona il telefono nell'altra stanza. Non usa la telecinesi. La telecinesi è sua. Gli esce solo quando è furibondo, e non gli piace sentirsi in quel modo, gli si rivolta lo stomaco. Se il suo potere di empatia ha una controindicazione, è proprio quella di incontrare persone con cui, alle volte, non è piacevole immedesimarsi. L'insicurezza e il dolore di Ted, la disperata determinazione di Hana, la costante paura e circospezione di Claude, le ossessioni di Isaac, la complicata semplicità di Parkman, la strenua determinazione di Nathan, la concentrazione di Hiro. E quella sconfinata dolce tristezza di Claire. E tutta quella intricata folla di poteri che non conosce, che non sa di avere, che non comprende, che gli esplodono all'improvviso. O che rimangono sopiti, incapaci di emergere perché mai e poi mai Peter potrà entrare in empatia con il loro possessore. È per questo che l'infermiere di New York non si accorge che il suo orologio, in cucina, corre avanti di tre minuti ogni cinque giorni. Non lo sa e non lo saprà mai, mentre il telefono nell'altra stanza continua a squillare.
Allunga una mano e lo afferra, portandoselo all'orecchio. «Petrelli. - risponde.
La voce dall'altra parte è tetra, affatto lieta di quella conversazione. «Certo che ne hai di coraggio.»
Peter si passa una mano tra i capelli, sulla nuca, piegando la bocca in una sorta di sofferto sorriso. «Senti, io...»
«Che cosa vuoi?»
«Matt, senti, non ti avrei chiamato se non...»
«Che COSA vuoi?»
L'infermiere siede alla scrivania, appoggiando il gomito al piano. «Isaac Mendez è morto.»
«Sì, leggo i giornali.»
Lo avverte, nitido, nella sua testa. Non ti voglio sentire, Petrelli, non voglio sentire parlare di te, non ti voglio sentire. Che cosa vuoi ancora da me?
«Matt, ascoltami...»
«No, ascoltami tu. - esplode l'uomo dall'altro lato della linea.
«Aspetta...»
È colpa tua se Molly è morta, lo vuoi capire che non ti voglio sentire?
Una fitta alle tempie, intensa. Un ritorno dei propri stessi pensieri dalla mente di Parkman mentre le loro telepatie interferiscono l'una con l'altra. «So che vuoi prenderlo quanto me, non mi berrò la storia che non stai seguendo il caso perché ti è stato ordinato...»
Lasciami in pace, lasciami in pace...
«Credo di avere una pista, ma ho bisogno del tuo aiuto...»
Non è mai finita bene...
«Matt...»
Lo può sentire, anche a quella distanza. Chi pensava che il suo potere fosse assorbire le abilità degli altri si sbagliava, si sbagliava di grosso. Lui sentiva che il suo potere fosse quello: capire la gente, umani o mutanti che fossero. Sentire il loro cuore, leggere nei loro occhi, stringere la loro mano. Forse era per quello che aveva deciso di essere un infermiere, prima. Forse era già una manifestazione del suo potere. O forse il contrario? Forse vi era un qualche tipo di connessione tra il potere e la persona, sentiva che non poteva essere casuale: era stato il Destino a dare l'empatia ad un infermiere e la telepatia a un poliziotto... ma quel pensiero aveva una controindicazione, perché allora il Destino doveva aver dato ad un orologiaio squilibrato qualcosa che solo lui riusciva a capire, qualcosa che aveva lasciato dietro di sé una striscia di sangue lunga un intero continente.
«Petrelli, ci sei?»
«Sì - si riscuote Peter, passandosi una mano dietro al collo. - Possiamo incontrarci? Diciamo all'angolo tra Mulberry e Hester street?»
«Chinatown?»
«Sì...»
Parkman sospira. «Ok, vedrò di sganciarmi.»
«Grazie Matt. Davvero.»
«Sì, sì...»
Mentre riaggancia, suonano alla porta. «Pacco per Lei, signor Petrelli!»
[ East Side, NYC: studio di Isaac Mendez - qualche giorno prima ]
«Ho giusto finito di dipingere te e chiamato lo S.H.I.E.L.D.»
«E hai dipinto anche quanto mi sarei incazzato a sentire questa stronzata?»
Un gesto di due dita. Il pittore viene trascinato con la schiena contro la parete e poi a terra.
Rumore di passi che si avvicinano lentamente. E lo sguardo che rimane a guardare quello che il pittore gli restituisce dal basso.
Isaac ride. «E miss-sindrome-di-stoccolma come sta?»
«Dì - si china, sostituendo la presa telecinetica con quella solida della sua mano. - farò saltar tutti in aria anche questa volta? Non ti stanchi mai di sbagliare? O meglio - si corregge - non sei stanco di innescare quell'invasato verso la catastrofe?»
Isaac ride, disteso a terra. «Ho spedito un dipinto proprio questa mattina, sai? Indovina a chi, stronzo.»
«Ora basta. - si stacca Sylar, tenendo la mano distesa e premendo le invisibili dita della sua telecinesi sulla gola del pittore impedendogli di continuare a parlare. - Basta. Ti avrei dovuto ammazzare cinque anni fa, siamo quasi saltati in aria perché io e quel coglione di Petrelli abbiamo creduto alle tue stronzate, ma ora basta.»
«Non puoi sfuggire al tuo destino.»
«Del tuo destino mi hai parlato la prima volta che ci siamo trovati in questa situazione. E sai una cosa? Sorpresa! Per una volta nella tua miserabile esistenza avevi ragione.»
Peter non crede a quello che vede. È il terrazzo dei Delvaux, sicuramente. Ha veduto centinaia di volte nei dipinti di Isaac quella balaustra, quella piccionaia scrostata, quella serra, quell'ornamento circolare oltre si stende New York. Alle volte era intatta, altre volte esplosa, altre volte deserta o spazzata dal tornado. Ma era sempre New York. Questa volta è diverso, perché il pittore non è sul balcone ma all'esterno, quasi stesse fluttuando. Quasi - pensa Peter - avesse già iniziato quell'unico viaggio attraverso il quale il suo potere non l'avrebbe seguito. Al posto dell'uccelliera, al centro del balcone, in terzo piano sorge un complesso macchinario con una pulsantiera in primo piano ed un complesso sistema di sfere e fiale: di fronte, mentre alcune figure in secondo piano si stringono le une alle altre: una ragazza seminuda, minuta, è sorretta da un altro ragazzo con tatuaggi sulle braccia, mentre accanto una donna ricoperta di scaglie blu porta le mani alla fronte, come colta da un forte dolore. Di lato, una ragazza di colore distende di fronte a sé le mani, sui cui palmi sono visibili profonde piaghe; alla sua destra c'è una ragazza albina, che Peter è sicuro di conoscere bene. E poi altri ragazzi, altre persone, una piccola folla in preda al dolore e al terrore. Ma non è questo a preoccupare Peter. Lo preoccupa la figura in primo piano, una figura che ha già visto nei quadri di Isaac: lo fronteggiava a Kirby Plaza nei dipinti realizzati di getto subito dopo essere sfuggito alla morte la prima volta, e lo fronteggiava sulla costa orientale degli Stati Uniti sotto una pioggia torrenziale un anno dopo. E ancora, altre volte. Sul cornicione del palazzo, questa volta guardava verso la superficie della tela, un'esplosione terribile riflessa negli occhi.
[ NYC, base della confraternita ]
Lo so che non dovrei uscire, che non mi dovrei far vedere dalle due ragazze della scuola. Ma ne ho piene le scatole di stare in camera mia a fare verticali sulla sedia. La televisione della sala da pranzo è accesa sulla CNN quando entro in cucina: si scorge distintamente il monitor, da questa angolazione, oltre il basso muretto metallico che divide i due ambienti. Attaccato ai fornelli, il tizio inquietante sta togliendo una bustina di tè da una scatola di latta mentre nella sua mano sinistra un recipiente d'acqua sta iniziando a fumare. Che potere avrà?
Sono nuova: vediamo di non farmi odiare e di essere educati. «Buongiorno.»
Si gira di scatto e mi guarda negli occhi, socchiudendo le palpebre. Mio Dio, che cazzo vuole questo? Mi sento come se la mia scatola cranica fosse diventata trasparente e lui ci stesse guardando attraverso: un paio di secondi. Poi si disinteressa completamente a me voltandosi nuovamente e versando l'acqua fumante in una tazza, sopra la bustina.
E anch'io cerco di disinteressarmi a lui, anche se francamente non è facile: mi appoggio con i gomiti al piano del muretto e guardo la televisione, anche se le notizie mi hanno sinceramente sempre annoiata. Non c'è niente di meglio su cui girare? La giornalista sta facendo un servizio sulle elezioni, e onestamente la politica mi è abbastanza indigesta, ma se girassi e poi saltasse fuori che quel tipo la stava ascoltando?
Faccio uno split rovesciato sul muretto e atterro sulla panca nella sala da pranzo, dando le spalle alla cucina. «Il membro della Camera Nathan Petrelli - sta gracchiando la cronista - è dichiarato favorito da tutti i sondaggi. Sarebbe il primo politico dal 1958 a rinunciare alla propria carica al Congresso per quella di sindaco di New York. Se la mia città mi chiama, in questo drammatico momento della sua storia - ha dichiarato Petrelli - è una chiamata che non posso ignorare.»
Il video sta mostrando la figura di un uomo che esce dal palazzo del Campidoglio infilandosi in un'auto scura dopo aver salutato i giornalisti con un cenno della mano ed un sorriso a trentadue denti. È un bell'uomo, anche se naturalmente non è il mio tipo. Non faccio in tempo a formulare compiutamente questo pensiero: dalla cucina parte una fiammata di luce azzurra, il televisore lancia un elettrico grido di agonia e si spegne. Avrei fatto meglio a cambiare canale, forse.
Rimango seduta a lungo, non so per quanto tempo, fissando l'orologio alla parete di fronte a me, accanto al televisore. Quando entra qualcuno in sala da pranzo, nemmeno me ne accorgo finché non mi passa davanti diretto al televisore. «Ehi - mi chiama, riscuotendomi dal mare di vuoto in cui sono affondati i miei pensieri. - come mai la tv non si accende?»
Alzo un braccio, indicando dietro le mie spalle, oltre il muretto, con il pugno chiuso e il pollice disteso. La ragazza mi fissa, domandandosi di che cosa io stia parlando, e istintivamente mi raddrizzo con la schiena, buttando indietro la testa. La cucina, che mi appare capovolta, è vuota. Torno a guardare lei. «C'era... - tento di giusificarmi.
Continua a guardarmi, inarcando un sopracciglio.
«Lascia stare. - scrollo le spalle, saltando in piedi sul muretto e di lì nella cucina vuota. - Faccio del tè: ne vuoi?»
Fa un cenno d'assenso, sedendosi dov'ero io prima e allungando una mano verso il giornale.
Come inizio di conversazione è meglio di niente. «Dàimaca. - prendo il bollitore e lo metto sul gas, presentandomi per prima, mentre mi assale come una fitta l'immagine della mano di Li che accende il fornello. Ricaccio indietro il ricordo, appoggiando le dita sul bordo della cucina e stringendo.
«Non ho capito. - mi richiama la ragazza.
«Il mio nome. Dàimaca. - ripeto, andando verso la credenza metallica a cercare due tazze (che, ne sono certa, saranno di metallo anche quelle). - Didi.»
«Meallàn.»
Trattengo una risata nel trovare le tazze - di latta, come volevasi dimostrare - e viro in un sorriso perché non pensi che sto ridendo del suo nome. «Tá an-athás orm bualadh leat.»
Mi guarda, inclinando il capo di lato. Sotto il trucco pesante e dietro le labbra a cuore, ha un viso da bambina.
«Ho una pronuncia orribile, vero?», abbozzo.
«An labhraíonn tú Gaeilge?»
«Níl agam ach beagáinín. - sorrido, cercando di togliermi dall'impiccio in cui mi sono messa con quel poco d'irlandese che ho imparato dalla moglie dell'equilibrista. - Earl Grey? Con latte?»
«Sì. E zucchero.»
Stendo un gradino trasparente sotto il pensile e ci salgo con il piede destro, raggiungendo in alto il contenitore delle zollette. Il bollitore (metallico) sta fischiando: verso il té sopra il latte e glielo porto, insieme alla zuccheriera.
«Qual è il tuo potere? - mi domanda, prendendo una zolletta tra le dita.
Le colpisco la mano da sotto, con la mia, leggermente, ed il cubetto di zucchero le sfugge dalle mani. «Ehi, ma che...»
Distendo le mie dita: la zolletta sbatte contro una superficie rigida, trasparente, e cade nella sua tazza sollevando alcuni schizzi di tè.
La ragazza irlandese allunga una mano e la passa sul piano vetroso, spingendo con i polpastrelli per sondarne la consistenza.
«Ci sto lavorando.» Come sulle mie relazioni interpersonali con la gente di questo posto.
[ Quartier generale S.H.I.E.L.D., alloggi degli ufficiali - ore 23.45 ]
Attraverso le cuffie, il suono del corso di cinese copre qualunque altro suono riuscendo almeno in parte ad attutire il sovraccarico di informazioni che costantemente fluiscono dentro e fuori il suo cervello.

Rimango nell'ombra. Non mi deve vedere, perché se mi vede la scelta è tra ammazzarla e farmi lobotomizzare dalla stronza. E non le voglio fare del male, sembra... sembra una ragazza normale. Lei.
Non faccio in tempo a concludere il pensiero: scatta verso uno scaffale e colpisce con una mano il gong ornamentale lì appeso. Che voglia dare l'allarme?
Intuisco troppo tardi che non si tratta di quello: dalle sue dita, un raggio di luce multicolore si sprigiona nella mia direzione e riesco a fermarlo solo a pochi pollici dal mio petto, in tempo per sentire il suo calore. Rimane con la destra protesa verso di me, finché il suono non si esaurisce e con esso il suo laser.
Afferro un soprammobile e glielo lancio contro nel tempo che intercorre tra lo spegnersi della sua luce e il suo gesto di colpire nuovamente il gong. Poi salto, appoggiandomi alla scrivania e vibrandole il collo del piede contro il mento con tutta la forza che ho.
Cade all'indietro, un filamento di sangue dal labbro inferiore che disegna un semiarco nell'aria.
E non so perché ma allungo una mano, creando una lastra inclinata tra lei e lo spigolo del tavolo verso cui è diretta la sua schiena: vi si appoggia e scivola a terra, il capo reclinato su una spalla dietro cui appoggio una mano prima di far dissolvere il campo di forza. La accompagno a terra, chinandomi ad appoggiare un ginocchio sul pavimento freddo. I capelli neri le ricadono su un lato del viso, nascondendo un occhio e il sopracciglio disegnato, un tratto nero di matita sulla pelle bianca. Dalle labbra, rosse e carnose, scivola fino al mento una goccia di sangue, che raccolgo con la punta delle dita.
Ma che cosa sto facendo?
Mi alzo in fretta. Forse non mi ha visto in faccia, forse sì, fatto sta che ho le foto e devo uscire di qui. Mi arrampico lungo la parete fino al lucernario e scivolo nuovamente fuori. Mi duole il palmo di una mano, come se mi fossi scottata. Forse il suo raggio mi ha colpito.
Avrei potuto... mi viene in mente mentre sto uscendo, dimenticandomi completamente della telepate: avrei potuto parlare la gente che sta in quel posto, avvertirli, magari chiedere loro protezione... è evidente che entrare in quel posto è abbastanza difficile, com'è evidente che qualcosa non va con i tizi che mi hanno ospitato. Avrei potuto. Ma poi, mentre mi appendo alla grondaia con le ginocchia, penso che le apparenze non favoriscono nemmeno me. Forse aveva ragione Li, forse a volte ti ritrovi a nasconderti ed a fare cose poco pulite perché non hai altra scelta. Ma davvero io non ho avuto scelta? Piuttosto, non ho appena gettato via la mia ultima, unica opportunità?

«Che ci fai tu qui?» Punto i pugni sui fianchi con aria di sfida mentre Tomi mi affianca.
«Lei chi è?»
«Ouch, piano! Mi fai male.»
«Altri due... - mormorò l'infermiere, appoggiando i gomiti al tavolo e le tempie alla punta delle dita. Sulla sua scrivania, un giornale del giorno mostrava il titolo a tutta pagina: di lato, il monitor del pc era fisso sul sito della CNN dove l'elenco delle ultime notizie si aggiornava, inseguendo se stesso con la consueta frenesia, ma a sinistra l'articolo principale mostrava la foto segnaletica di un uomo che fissava il suo fotografo più come un predatore che come una preda, un mezzo ghigno e una luce assassina negli occhi. «Deve essere fermato...»
Il piano di metallo della scrivania offre una superficie scivolosa e fredda, le mie dita reagiscono con dolore a quel contatto troppo viscido mentre cerco di rimanere in equilibrio sul braccio destro, le gambe leggermente divaricate e le punte verso il soffitto, l'altro braccio disteso orizzontalmente. Chiudo gli occhi, cercando di mettere ordine in quella settimana assurda. In giro per la base c'è gente che non mi deve vedere, Mystica mi ha ordinato di rimanere nella mia camera. E ciò che dice Mystica va fatto, mi è chiaro ora dopo i due grossi lividi che mi si stanno allargando sulla schiena e sulla spalla. Sto cercando di convincermi che sia tutto normale, che sia logico, e non ci sto riuscendo granché bene. Non capisco nulla di quello che succede in questo posto. Chi sono i ragazzi in visita e perché il tizio che si teleporta è così nervoso? Cosa c'è che non va con l'uomo bruno che si aggira in cucina? E perché cazzo ogni tanto dal fondo del corridoio, da quella stanza da cui entra ed esce solo Mystica, di notte si alzano delle urla? Il braccio mi fa male, mentre unisco le gambe e abbasso il ventre, disponendomi parallelamente al piano del tavolo e tentando di appoggiare il dorso della mano sinistra alla mia schiena. La spalla fa più che male. So che devo fare un furto tra qualche giorno, un posto assurdo a Washington, pieno di sistemi di allarme. So che mi ci porterà il tizio che si teleporta, che la telepate odiosa mi fornirà copertura telepatica - Che cazzo vuol dire? - e che la figlia del capo si accerterà che io non rimanga per caso incastrata nel lucernario come l'orsetto Pooh. E poi? Cos'altro so? Che devo entrare in un posto di cui era a conoscenza solo questo fantomatico vecchio preside, e ci devo entrare per fare delle foto a dei dipinti. Sto per fare una cosa che non capisco per della gente che non conosco, e tutto perché mi hanno fatto evadere da un posto che non ricordo in un modo che non mi è chiaro.
«Allora, che mi dice?» domandò una donna in uniforme, uscendo da una porta automatica con un dossier nella mano sinistra.
La notte, a New York, è possibile fare più o meno tutto. Almeno è questo che mi ha detto Sean l'ultima volta che siamo stati qui. Io so che nella mia New York adoravo andare a passeggiare a Central Park quando era un tripudio di farfalle e di sole caldo e bruciante sulla pelle.
L'auto svolta pigramente in un vicolo di Hell's Kitchen.
Questa parte della città non è sicuramente una delle più semplici in cui vivere, per un normale essere umano, ma è anche l'unica nella quale un mutante possa spingersi, soprattutto se come noi è sprovvisto dei braccialetti. Anche Mancuso mi ha detto che non c'è davvero nulla da fare. O si indossano i braccialetti, o si è completamente tagliati fuori.
Tanto credo che qui, e in qualsiasi altro mondo immaginabile, chi si scosta anche solo per qualche misera traccia genetica dalla normalità sia destinato a non poter mai sollevare la testa.
«E così sta per cambiare tutto di nuovo... cade Larkey e al suo posto?» dico quasi sovrappensiero mentre osservo fuori dal finestrino la città con le sue strade fetide che scorre oltre il vetro.
«Non cambierà nulla.» dice quasi tetro Matthew, andando a parcheggiare l'auto fuori dal locale migliore di Hell's Kitchen, proprietà di un certo Wilson Fisk.
A volte mi manca casa. Mi manca così tanto che i contorni delle cose sono già sbiaditi nella mia mente e mi ritrovo sempre più spesso a doverli costruire.
«Dobbiamo avere fiducia.» risponde con determinazione Sapphire dal seggiolino posteriore. Forse neppure se ne accorge, ma la sua mano pallida è appoggiata sul sedile accanto a quella di Jeremy e le loro dita sono vicine, quasi sul punto di intrecciarsi.
«E' per quello che tu sei allo Xavier e io alla Confraternita, sorellina. Nulla potrà mai far crollare il tuo ottimismo.» le risponde Matthew alzando gli occhi verso l'insegna al neon rosa e spegnendo la macchina. Le note della radio si affievoliscono e l'auto piomba ne silenzio.
«Non sono più ottimista come un tempo, Matt. Sono cambiate molte cose.» gli risponde lei aprendo la portiera e uscendo nel parcheggio deserto. Dall'interno del locale arrivano le pulsazioni basse della musica. Un grosso gorillone all'entrata osserva imperturbabile chi gli passa accanto.
Quando gli siamo di fronte lascia passare Sapphire e Jeremy, mentre quando è il mio turno stende il braccio.
«Non credo che questo sia un posto per lei signorina.» La sua voce è bassa e cavernosa ed è quasi inudibile a causa del suono persistente della musica.
«Ehi!» esclamo con un moto di stizza, serrando i pugni, mentre sulla mia pelle iniziano a formarsi tantissimi puntini luminosi, come se fossi cosparsa di brillantini.
Sapphire si volta verso di me e spalanca gli occhi con un moto quasi di terrore, certa che non saprò controllarmi.
Poi sento una mano grande posarsi sulla mia schiena, sopra il cappotto grigio.
«Sono sicuro che il signor Lehnsherr non sarebbe molto contento di sapere che una sua ospite è stata trattata così.» dice Matthew allungando verso il buttafuori un paio di biglietti da cento dollari. L'omaccione li afferra prima di ritrarre la mano.
«Mi scusi, signore. La prego di perdonarmi per l'errore. La signorina è la benvenuta.»
Il luccicore sulla mia pelle scompare e io mi volto verso Matthew sussurrandogli un "grazie".
Lui sorride.
«Non ti preoccupare. Dobbiamo controllare Jeremy invece. Rischia di essere scaricato da Sapphie, stasera, da tanto è goffo.»
«Io non credo proprio...» gli rispondo scuotendo la testa e sorridendo in direzione dei due ragazzi che si sono già avvicinati in fretta ad un tavolino abbastanza appartato.
Sono felici e non credo che sia possibile definire altrimenti l'espressione di sereno abbandono che hanno sul viso. Sono sicura che Sapphire non si farò spaventare dal ricatto simulato da patto di alleanza di Magneto. Jeremy sarà al suo fianco. Con un sorriso mi viene quasi da pensare che sarà difficile riportarla a casa.
«Ho bisogno di ubriacarmi... un assurdo bisogno di ubriacarmi...» esclamo lasciandomi cadere sulla sedia di plastica sagomata. Il locale non è affatto brutto. Un po' inquietante, forse, con questi lastroni di plexiglass che dividono gli spazi rifrangendo la luce. In un angolo del locale, sotto una consolle, alcuni ragazzi ballano sotto l'incitazione di un dee-jay esaltato.
«Stai attenta, Jackie... non possiamo rischiare che ti metti a brillare come una di quelle palle anni settanta per le discoteche...» dice Jeremy guardandosi attorno, anche se ad ogni occasione i suoi occhi scuri si fermano sulla figura di Sapphire.
«Tu vorresti dire che sono piccola e rotonda?» gli chiedo con tono minaccioso, puntandogli un dito contro.
Sapphire scoppia a ridere, mettendosi una mano davanti alla bocca e piegandosi verso la spalla di Jeremy seduto accanto a lei, sul divanetto appoggiato alla parete.
Mi sento molto più sollevata, quasi mi avessero tolto un peso dallo stomaco, ora che la sento ridere.
Perchè è tutto davvero troppo difficile e lo si legge negli occhi di tutti. Anche Lan, nonostante il tono da dura, in fondo sta incassando colpi su colpi. Però come ha detto giustamente lei, non sono una sua amica, dovrei imparare a farmi gli affari miei.
Più di qualche volta in questi giorni mi sono guardata intorno e ho avuto questa sensazione, che con il passare del tempo è diventata sempre più netta: io, con tutto questo, non centro nulla.
«Io vado ad ordinare da bere...» dico alzandomi dalla sedia. Mi avvicino al bancone e il tipo che serve da bere mi guarda un attimo, per poi sorridermi e sporgersi attraverso il piano macchiato di alcol e briciole di arachidi.
«Che ti porto?» mi chiede.
«Fai quattro birre... intanto non è che potresti portarmi un wishky? On the rocks.» concludo facendogli un occhiolino.
Osservo il liquido ambrato che cade nel bicchiere facendo tintinnare tra di loro i cubetti di ghiaccio.
«Ehi... tutto ok?» sento una voce alle mie spalle. Mi volto appena e Matthew viene a sedersi sullo sgabello di fianco a me, mentre il barista inizia a spillare le birre.
«Sì...»
Lui posa il gomito sul bancone, voltandosi verso il tavolino dove sono ancora seduti Sapphire e Jeremy.
«Una parte di me vorrebbe andare lì a prendere a sberle J, perchè se la porterà via. L'altra è solo felice perchè non l'ho mai vista sorridere così, neppure con quel coglione di Strake.» dice fissando con gli occhi chiari la sorella che ride ad una battuta di J gettando all'indietro la testa.
«E' bellissima. E questo J lo sa e non le farà mai del male. Puoi stare tranquillo.»
Matt muove le mani con un'espressione svogliata.
«So benissimo quanto sia cazzuta mia sorella. E' un' X-men, ha parlato persino al Congresso di fronte a tutti quei grassoni. Ma è mia sorella.»
Sollevo le spalle.
«Se lo sai, fattene una ragione, Matt...» gli rispondo scolando tutto d'un fiato il wishky, nel momento in cui il barista appoggia anche la quarta birra di fronte a noi.
Lui intercetta due dei bicchieri.
«Tu piuttosto...»
«Io sto benissimo...» gli rispondo liquidando il discorso in fretta, avviandomi verso il tavolino.
Anche perchè, cosa potrei dire? Molti sarebbero felici di essere comunque vivi. Io sento solo la nostalgia di casa e ogni volta che osservo gli occhi degli altri vedo il riflesso di un'altra donna. Soprattutto quando è Sean, a parlarmi, tra di noi sono sempre sospese delle parole che prima o poi rischieranno di schiacciarmi.
Lei, invece...
Sapphire rimane ad osservare la schiena di Jackie che si allontana lungo il corridoio verso la propria stanza, accompagnata da Matt.
«Sei sicuro che possiamo rimanere qui?» chiede Jeremy voltandosi a guardarla, dritta al suo fianco.
Lei annuisce, sorridendogli con dolcezza.
«Non ti preoccupare. Domani ci accompagnerete alla base e allora porterò la mia risposta a Magneto.» solleva su di lui gli occhi immensi «Ti va un po' di gelato prima di andare a dormire?»
Lui annuisce muto, quasi senza parole alla vista del suo visetto che affiora dalla penombra del corridoio. E' così bella che gli sembra quasi che sia questo, il suo potere. Essere così bella da far quasi male. Avrebbe voglia di accarezzarle il viso, ed è sicuro che la sua pelle è così morbida...
«J?» lo chiama lei dalla cucina.
«Arrivo, arrivo!» esclama lui, trasalendo come se Sapphire avesse potuto leggergli tutto nella mente. E in un certo senso sarebbe anche più facile così, perchè saprebbe tutto quello che sente dentro e tutto il mondo scintillante che vorrebbe potergli donare.
«Oddio... che schifo... che schifo...» mugugno contro la spalla di Matthew.
«Con tutta la birra che hai bevuto...» risponde lui facendo scattare la luce della camera.
«Non parlavo di questo...» gli dico scivolando via dal suo braccio e andando a buttarmi sul letto. Sollevo la gamba sopra il ginocchio e faccio scorrere la zip degli stivali di pelle per poterli togliere.
Lui solleva un sopracciglio, appoggiando la spalla allo stipite della porta.
«E cosa farebbe così schifo?»
«Hai mai provato a vivere la vita di qualcun'altro perchè non ne hai una tua?» gli chiedo sollevando su di lui lo sguardo.
Lui solleva le spalle con un gesto di noncuranza e il bel viso si atteggia in un smorfia in parte di disprezzo.
«E' una cosa stupida.»
Allungo la gamba, tirando lo stivale dalla punta, mordicchiandomi il labbro per lo sforzo. Lo stivale non ne vuole sapere di uscire, per quanto cerchi di disincastrarlo.
«Lascia fare a me.» dice Matt avvicinandosi. Afferra senza tanti complimenti la calzatura e con uno strattone poco gentile la sfila dal mio piede.
Il contraccolpo mi da distendere sul letto.
«Io non sono così stupida. Semplicemente non sapevo cosa fare.»
Non ci sono lacrime in quello che dico. Non ci sono rimpianti, né strepiti. Solo stanchezza, così tanta stanchezza che vorrei poter dormire per sempre.
Matt mi osserva dall'alto. I suoi occhi sono davvero belli, di un azzurro gelido e chiarissimo, aldilà del quale sembra nascondersi tutto un mondo.
La cosa che mi piace di più è che questi occhi non li riconosco. Per quanto possa sfogliare le pagine del passato, nessuno sguardo che io abbia mai incrociato gli assomiglia.
Il suo viso si avvicina al mio, ed è tanto vicino che sento il suo respiro tiepido addosso, nella bocca.
«Dimmi solo che non mi hai mai conosciuta... dimmi che non sai chi sono.»
«Non ti preoccupare. Io non so chi sei e chi sei stata. Non mi interessa neppure.»
Il suo corpo pesa sul mio, mi schiaccia contro le lenzuola fresche, mentre vagamente, da oltre la porta, sembrano arrivare risate e chiacchiere allegre.
I suoi baci hanno qualcosa di vorace, come se volessero strappare avidi pezzi di metallo dal mio corpo.
Le mie mani scorrono lungo la sua schiena, sulla muscolatura ben definita, tipica di una persona abituata all'allenamento fisico.
Avvolgo le gambe intorno alla sua vita per sentirlo vicino, per non sentire altro che la presenza del suo corpo su di me. I vestiti sembrano non essere mai esistiti, come i pensieri. Qualsiasi ricordo, passato e presente, si dissolve sulla traccia della lingua di Matt sulla mia pelle. È solo questo che mi interessa ora. Dimenticare tra altre braccia, perdere il riflesso del mio viso in altri occhi, fino a non riconoscerlo più.

Jeremy apre gli occhi con una smorfia. Gli si è addormentato il braccio e la luce entra forte dalle ampie finestre dell'appartamento. La cosa è strana, una sensazione nuova eppure non estranea. Quando era allo Xavier's la luce entrava sempre dalle finestre. Era un luogo sempre pieno di luce, non sicuramente come la base della Confraternita.
Jeremy abbassa lo sguardo e finalmente si accorge della testa bruna di Sapphire appoggiata sul suo braccio che gli volta le spalle. Dorme e lui sente la schiena di lei sfiorargli il petto al movimento quieto del suo respiro.
Con un sospiro si abbandona contro lo schienale del divano, incredulo del fatto di stringerla tra le braccia. Non perchè la sera prima fosse troppo sbronzo per non ricordarselo. Appena arrivati a casa si erano messi di fronte ad un barattolo enorme di gelato alla vaniglia e alla fragola, chiacchierando di ogni cosa, qualsiasi idea passasse loro per la testa. Avendola lì, di fronte, essendo sicuro che qualche ora sarebbe stata solo per loro, Jeremy aveva chiesto a Sapphire dell'università, della sua nuova compagna di stanza e di mille altre cose. Lei aveva riso alle sue battute, alle imitazioni che aveva fatto di alcuni dei ragazzi della Confraternita. Non lo aveva fatto per prenderli in giro, o perchè la sua vita attuale non gli piacesse. Era solo per vederla ridere.
Poi, notato che Matt non era più tornato dalla camera di Jackie, lei aveva sollevato su di lui un paio di occhi enormi, quasi smarriti, come se non avesse capito bene cosa era accaduto. Jeremy aveva allungato la mano verso di lei, aveva stretto le sue dita gelide.
Poi si erano spostati sul divano, più per un riflesso di abitudine che altro, quando con Lan, Astrid, Kitty e Alison si mettevano a notte fonda in qualche salottino a guardare Mtv e a sgranocchiare pop-corn.
Ed era lì che alla fine Sapphire si era addormentata, abbandonandosi poco a poco al sonno, con il capo appoggiato alla sua spalla.
Jeremy non riusciva più a pensare a nulla, immobile e attonito dal fatto che lei fosse lì, dove lui desiderava che fosse da tantissimo tempo.
La sente mugolare qualcosa, muoversi appena e infine, aprire gli occhi.
Jeremy si sente afferrare dal panico, quasi che la consapevolezza di dove si trovano possa accendere in Sapphire una scintilla di sdegno. Lei invece si volta verso di lui e sorridendo appena, mentre le guance le si imporporano, si strofina gli occhi con le mani chiuse a pugno.
«Buongiorno...» mormora mentre Jeremy non può fare a meno di continuare ad osservarla con i capelli sfatti dal sonno salutarlo con una vocina sottile e appena arrochita dal sonno.
«C...ciao...» balbetta lui, completamente incapace di muoversi.
Sapphire si stiracchia appena, senza dare l'impressione di volersi sottrarre a quell'abbraccio, così confortante e caldo.
«Credo che dovremo prepararci... oggi devi parlare con Eric.»
Sapphire serra le labbra, in un'espressione improvvisamente concentrata. Si solleva a sedere e Jeremy se potesse vorrebbe sbattere la testa contro la parete per essere stato così incredibilmente stupido.
«Hai ragione. Vado in bagno.»
«Ehi, Sapph!» la chiama lui prima che lei scompaia aldilà della svolta del corridoio. Lei si volta e lo guarda sopra la spalla.
«Se ti fermi da noi ti prometto che non permettere a nessuno di darti fastidio. Hai la mia parola.»
Lei sorride, distogliendo lo sguardo con una sorta di timidezza improvvisa e annuisce piano, prima di allontanarsi.
«Dovete aspettare. Magneto sta parlando con Mystica e Destiny. Vi chiamo io.» ci dice compitamente Ruby, fissa come un bastone nei suoi scarponi enormi e i pantaloni sformati. Si vede lontano un miglio che l'idea di avere alla base uno dello Xavier's la irrita profondamente. Eppure non è la prima volta che accade, a quanto ho avuto modo di capire.
Non invidio il “soggiorno” di Sapphire qui. Si troverà tutti contro, intenzionati a non farle passare liscio il minimo sbaglio. Mi auguro solo che Jeremy sia abbastanza forte per proteggerla, anche dal dolore che le procurerà l'indifferenza di Lan.
Mi allontano lungo il corridoio, prendendo una Lucky Strike dal pacchetto che ho preso dalla tasca del cappotto.
«Ne hai una anche per me?»
Mi volto allungando il pacchetto verso Matt, che ne prende una direttamente con le labbra.
L'unica cosa che vorrei dirgli, è grazie.
Mi sento come se mi fossi liberata di una patina che mi avvolgeva fino a soffocarmi. I problemi non sono risolti. Troppi perchè sa spiegare a troppe persone, ma allo stesso tempo la risposta è sempre quella. Io non sono lei. Ho il suo viso, la sua voce, alcuni dei suoi gesti, ma non sono lei e non potrò mai esserlo. Non posso salvarli dalla sua mancanza.
Matt è stato una boccata di aria fresca. È servito a disperdere un po' la malinconia, come io ho aiutato lui a non pensare a Sapphire per qualche ora. Anche se non me lo ha detto chiaramente, si è capito fin troppo bene.
«Credo che mi fermerò anch'io qui a New York. Mi dispiace, ma non mi fido molto, e non mi perdonerei mai se Sapphire avesse bisogno di me e io fossi a Washington.» gli dico mentre accende anche la mia sigaretta e io sbuffo fuori dalle labbra una nuvoletta di fumo.
«Non le farà male nessuno, Jack. Magneto potrà anche sembrare il cattivo, a volte. Ma è un uomo la cui parola vale molto.»
«Non lo faccio per tampinarti, se è questo di cui hai paura.»
Lui sorride appena. È davvero molto bello quando sorride, anche se di rado è spontaneo. La maggior parte delle volte sembra più una smorfia di sarcastico divertimento.
«Mi piacerebbe vederti di nuovo, Jack. Senza impegno.»
Annuisco.
Quando mi muovo il mio braccio urta qualcuno, che risponde con un moto di protesta.
«Scusa...» rispondo prima di rendermi conto che la persona che solleva le mani in avanti, come se avesse toccato qualcosa di sporco è Lan.
Non dice una parola. Si limita a storcere la bocca come se avesse inghiottito qualcosa di amaro e passa oltre, sparendo in un corridoio poco prima di incontrare Sapphire.
È anche per questo che dobbiamo lottare. Perchè tutto possa tornare al suo posto.
«Allora? Venite o no?» chi apostrofa Ruby facendo sbucare il busto dalla porta dell'ufficio di Magneto. Io e Sapphire ci guardiamo e annuiamo lentamente.
È tempo di accantonare le ragioni di parte e di sperare che il mondo un giorno possa ricordarsi di questo.